Artista & Salute

Per chi opera nel campo del'arte e in tutti quegli ambiti che si rivolgono alla sua produzione, diffusione e tutela, è sempre più diffusa la percezione che l'artista, oggi più che nel passato, viva in uno stato di costante indefinizione del proprio ruolo, sia che si guardi al settore delle arti figurative, visive, ecc, che ai nuovi campi di espressione dell'arte come le Arti Applicate.   
All'artista, quindi, viene richiesta una abilità a districarsi nel panorama di esigenze che vanno oltre quella del proprio know-how disciplinare Egli deve diventare abile manager di se stesso, provvedere alla propria promozione, curarne gli aspetti formali, persino fiscali, oltre che di contenuto; progettarla e saperla divulgare nelle sedi opportune, ricavarne il compenso adeguato e questo sempre nella perenne storica lotta tra la percezione del proprio valore e le forme di retribuzione della ricerca e dell'esecuzione artistica messe in campo. Facile intuire che questo stato di cose determini una condizione psicofisica ben lontana dall'eustress (stress positivo) che caratterizza il processo artistico dell'artista, ma piuttosto si trasformi in situazione disadattive, dove lo stress diventa sintomo fisico, oltre che psicologico, arresto per la propria ispirazione e fiducia nei mezzi personali. 

 

Stai realizzando una mostra sulla quale nutri molte aspettative, come ti senti?
Hai appena terminato una tua stagione a teatro, come vivi questa "pausa" di lavoro?
Ti sei impegnato molto nell'ultimo lavoro cinematografico, e non vi è stato il consenso di critica/pubblico che ti saresti aspettato, come stai reagendo ?
Avverti qualche forma di stress emotivo o fisico rispetto all'incognita sugli ingaggi futuri?
Una condizione di malattia momentanea ti ha tirato "fuori dal giro" per un pò, come stai reagendo?

Allora, persino l’artista in difficoltà emotive, nell’empasse che sempre è sotteso tra la sua psicologia ed i codici della realtà , può essere aiutato con l’arte-terapia. Ma perché tale mezzo non rischi di enfatizzare negativamente un processo, quello artistico, in lui peculiare, l’espressione creativa curativa deve rivolgersi a moduli terapeutici ben meditati. Come dire che se è con l’inconscio e nell’inconscio che si lavora sempre in psicoterapia, in tali particolari circostanze bisogna tener presente che è proprio questo grande serbatoio di pulsioni e dati esperenziali singolari che l’artista utilizza, sia creativamente che nell’espressione delle sue eventuali difficoltà. Ecco allora che anche per lui il processo terapeutico può essere incanalato verso la risoluzione di conflitti e sintomi, attraverso moduli di arte-terapia specifici (Mastronardi, Gioacchini), che parlino il suo linguaggio, ma in forme espressivo-artistiche volutamente differenti (differenti collegamenti sinestetici, E. Gioacchini).
                                                                                                                                      (tratto da "Le Arti-Terapie", Rubrica “Artista & Salute”, 
UIL - Unione Nazionale Scrittori e Artisti,
Direttore E. Gioacchini
Link, http://www.uil.it/uilcultura/LeArtiTerapie_Testo.htm)

approfondimenti...

 

(Dal il Simposio su “Artista, Assistenza e Previdenza” del 18 aprile 2005)
 
Perché “la salute dell’artista”? Essenzialmente per due ragioni assolutamente connesse. La prima: l’artista, a ragione del suo lavoro -che si svolge nell’ambito del fare creativo_ costituisce una tipologia di “lavoratore” sui generis, poco attento per indole agli aspetti pragmatici della vita quotidiana, quella che esige che tutto funzioni nell’ordine formale delle categorie del pensiero. La seconda: se dunque la “fatica” del suo lavoro -che possiamo anche indicare come di stress- si riferisce ad una modalità di interazione con il reale assolutamente atipica rispetto ad ogni altro individuo, è anche vero che, per questa disposizione del suo pensiero, egli sfugga ad una collocazione sociale precisa che ne faccia a ragione soggetto in diritto di perseguire le proprie tutele, come chiunque altro. Sua madre è l’ispirazione, suo padre un destino che spesso deve avvertire minaccioso, altre volte provvido di sostegno ed incoraggiamento. Sappiamo bene come, che nella maggior parte dei casi, la maggioranza delle persone non sia disposta ad accettare la diversità dell'individuo straordinariamente creativo e sensibile. Se difatti tutti i luoghi costituiscono "possibili luoghi dal fare arte", di qui il suo riconoscimento di “artista”, è anche vero che i critici non andranno facilmente a cercare l’arte se non nei luoghi costituiti come santuari sociali dell’arte. Eppure ci dice Herbert Read "…pochissimi filosofi, anche se Platone è uno di questi, si sono accorti che arte e società sono concetti inseparabili; che la società, come entità organica e vitale dipende in qualche modo dall'arte come forza che lega, fonde e stimola."
 
L’artista è povero, è ricco, è solo; si inneggia alla sua arte o la si misconosce, salvo scoprirla postuma; egli conosce i pericolosi passaggi della propria ricerca, che poco hanno a che vedere con la scala mobile, il mib, i requisiti socialmente desiderabili della comunicazione sociale ordinaria e non sempre riesce ad adeguarsi ai meccanismi del gioco sociale. Tuttavia, stando a quanto di profondo ci suggerisceHeiner, Stachelhaus, egli può possedere un importante compito di educazione sociale “Non mi interessa più coprire malattie e abusi, ma considero mio dovere democratico scuotere e informare molte persone”. La sua “follia” corre costantemente, come quella dello sciamano, lunghi viaggi tra la Terra di Sotto e quella di Sopra, e non senza pericolo, se dobbiamo stare alla lunga letteratura di artisti preda delirio o dolore, pescando nelle abissità dell’inconscio e dando forma sensibile ai propri insight dentro simulacri espressivi ed oscillando assai frequentemente in condizioni di stato di coscienza non ordinario.
Diciamo subito che, stando così le cose, i meccanismi di compenso e recupero sociale a cui tutti noi ci rivolgiamo, con più o meno fatica, quando il nostro lavoro non va, nel caso dell’artista i suoi problemi possono rimanere spesso irrisolti se non misconosciuti. Non riferiamoci solo all’artista di successo, tuttavia anche lui non indenne dalle “complicanze” dell’essere un creativo, bensì spostiamo l’angolo della nostra visuale su una popolazione di artisti molto più numerosa e spesso sconosciuta alla kermesse dei media, che esercitano, pur senza creare movimento, collaborando alla creazione delle tendenze e tuttavia esercitando quella funzione “riparatrice” dal dolore che solo l’arte possiede. E’ qui che il problema si complica:  i diritti allora non s’intravedono e gli stessi attori in questione, come detto, possiedono stili cognitivi persino poco adatti al reclamo sociale sugli stessi, addirittura alla loro gestione. Se la politica e le ideologie hanno intessuto complicità fruttuose o stagionali con l’arte (sic), influenzando storia e costume od offrendo il campo all’esercizio fine di altre discipline, nulla sembra  tuttavia essere valso, ad esempio, perché la condizione dell’artista potesse e sia tuttora considerata nella sua specificità, anche in riferimento al rischio di malattia, di invalidità, al bisogno di previdenza.  

la salute dell'Artista


La salute dell’individuo ed il suo benessere psicofisico costituiscono un bene  legato all’individualità del soggetto, un valore indisponibile da parte di terzi, tutelato dalla società civile e dalle sue istituzioni. Laddove queste lascino spazi di “non tutela”, in ordine all’assistenza ed alla previdenza, è ammesso il diritto del soggetto alla richiesta di legittimazione dei propri diritti e questo proprio perché in uno stato di diritto ogni individuo ha la facoltà di esercitare il proprio pensiero, assumendo le responsabilità che derivano da questo atto, ma, allo stesso tempo, influenzando la costruzione sociale dello stesso.

A questo proposito, un esempio di costante osservazione è costituito da quelle situazioni, sempre meno rare, nelle quali il diritto, in generale, è influenzato e a volte significativamente modificato da sentenze che si riferiscono a situazioni specifiche e tipiche, dove all’origine vi era la richiesta di un singolo o di un gruppo a chiedere giustizia su una determinata materia. D’altra parte, non deve essere strano il fatto che vi possano essere spazi di evasa tutela dei diritti di gruppi di cittadini in una società civile in rapida evoluzione e trasformazione, dove l’interazione tra le diverse componenti porta a configurare  situazioni e condizioni nuove di aggregazione, concertazione e lavoro sociali. Si deve poi aggiungere che quanto della tradizione storica legislativa in atto ha continuato a progredire è stato proprio perché è più facile ipotizzare che un binario già costituito debba necessitare di correzioni, sostituzioni e miglioramenti, mentre quanto di nuovo emerge nel panorama delle società ha il diritto-dovere faticoso di prendere posto in una dialettica sempre difficile con le istituzioni. Conoscere la salute, invece, implica raggiungere un livello di conoscenze, di capacità personali e di fiducia in se stessi, tali da spingere le persone ad agire per migliorare la propria e quella della collettività, fino alla possibilità di modificare lo stile e le condizioni di vita personali. Tutto questo vale ed avviene per l’artista?   

 

La salute e il benessere fisico dell’artista costituiscono, fatte salve alcune eccezioni di categorie privilegiate dalla tradizione, un argomento sul quale storicamente si è discusso e ricercato poco. Non desta meraviglia,   quindi, che intorno a tali elementi del vivere comune, giacché gli artisti sono tra noi e lavorano per/con noi, vi possa essere anche uno iato legislativo, con sospetta e credibile condizione di disagio e sofferenza sociali di  un largo strato della popolazione. Poche istituzioni a tutelare i suoi interessi, o almeno spesso distratte (sic), ancora meno a prendersi cura della sua salute. Anzi, alcune di esse, vestite di una vacua celebrata nominalità di certe tutele che in quanto organismi sociali dovrebbero per statuto esercitare a favore degli artisti, in realtà mostrano spesso una gestione spesso clientelari o assolutamente inadeguata a considerare il vasto campo di intervento in loro favore. Che invece la “carriera” di un artista sia un percorso particolare che debba attirare una specifica attenzione sociale e sollevare l’area problematica del suo supporto e della sua tutela, è fuori invece di ogni dubbio. Basti pensare al palcoscenico come spazio lavorativo dell’artista, agli studi di coloro che sono impegnati nelle arti figurative, nella scultura, pittura, a quella variegata quantità di mezzi, strumenti, risorse umane che vengono chiamate in gioco nella produzione artistica e che possiedono una loro peculiarità, legata anche al rischio di “malattia professionale”. La medicina per le arti, in fondo, può costituire una particolare branca della medicina che ha molto in comune con quella del lavoro o sportiva, ma agisce su un substrato emozionale di particolare valenza per l'individuo.
Si consideri come ogni disturbo fisico o dolore possa determinare conseguenze importanti e negative nello sviluppo dell'attività artistica di un  soggetto, ma, paradossalmente, come proprio dalla presenza di un dolore ”celebrato” e genialmente sublimato, nasca l’espressione lirica di un poeta, di un romanziere, ma anche di un pittore. Deve essere valutato che poi, anche dove codificata un’entità patologica derivata dall’esercizio di un’arte, la stessa intenzione di predisporre programmi terapeutici si scontra con la peculiarità del lavoro del soggetto che richiede assistenza e la necessaria flessibilità di un lavoro d’equipe che deve assicurare allo stesso le necessarie condizioni di svolgimento della sua attività professionale, anche se inserito in un programma di terapia fisico-riabilitativa o psico-riabilitativa. Inoltre, una medicina delle arti ha anche il compito, oltre l’assistere, di indagare, proprio come nella medicina dello sport, i limiti del lavoro artistico, aiutare i soggetti ad acquisire la consapevolezza del rischio lavorativo con i bisogni spesso insoliti che possono emergere, degli strumenti atti a prevenirlo e che possono essere differenti da quelli comunemente di supporto medico e psicologico per altre condizioni di rischio e danno professionale. In tal senso solo il mondo dell’arte può fornire le cognizioni necessarie ad individuare bisogni, a comprenderne le radici dei medesimi, a focalizzare l’attenzione sulle forme specifiche di prevenzione e farne argomento di discussione interdisciplinare con la biologia, la medicina, le discipline previdenziali ed assicurative. Alla stregua di ogni professionista, pur con le peculiarità del suo pensare ed agire, l’artista usa un linguaggio-prassi sociale che possiede una sua grammatica e sintassi: le istituzioni, con gli operatori individuati più idonei, hanno l’obbligo di interpretarne le eventuali distorsioni od errori ed utilmente suggerire le opportune correzioni.    
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Ecco il perché è necessario cominciare a riconoscere le problematiche degli artisti e comprendere le sfide fisiche con cui essi si confrontano, a raccogliere idee, suggerimenti e soprattutto propositi. Tutto questo comporta, inoltre, una notevole esperienza interspecialistica e questo è un settore dove, come detto, poco si è indagato, studiato e disciplinato in sedi istituzionali e sindacali, mentre è assolutamente importante prevedere strumenti di prevenzione, cura e riabilitazione, non escluso lo stesso codice artistico, per la tutela degli artisti e del loro lavoro.