Cinema-Dramaterapia

cinematerapia, il negativo che cura!

Non crediamo che la medicina sia stata solo casualmente definite come “arte della cura”. Questo riferimento all’arte, piuttosto, nasce da quella specialissima condizione che pone il medico o il terapeuta a farsi osservatore intelligente e sensibile di fenomeni, i sintomi e le malattie, che trascendono l’apparenza, anche se a quella si accostano con attenzione; di poter interpretare le realtà dell’individuo sano-malato, risalendo alle cause oltre il visibile, connettendo elementi diversi che riguardano il corpo e la psiche, la sua storia passata e quella verso cui sta andando; facendosi, a volta, egli stesso  sperimentatore della malattia e comunque sempre utilizzando la propria esperienza umana come cassa di risonanza autentica delle ipotesi e dei rimedi. Tutto questo nella personalizzazione di un rapporto e di una specialissima “alleanza terapeutica”. D’altra parte, la scintilla divina, il daimon socratico, in ogni modo la si denomini, energia vitale, anima, prana, ha sempre costituito quella zona più sottile e preziosa che si è cercato di salvaguardare nella cura dell’essere ed a cui ci si è rivolti perché potesse dare potenza allo stesso terapeutico; quel luogo secreto da cui sembra nascere la spinta creativa dell’ingegno e dell’arte che poi torna a chinarsi ed ad aver cura dello stesso uomo, così come l’arte cerca il dialogo con la propria cultura

drammi e “drammatizzazione terapeutica” nella cultura

E poi non sono state forme di arte, riti sacri, misteri, a proporsi come cura per le malattie, molto prima di qualunque farmacopea o di qualsiasi recuperata, contemporanea forma di arte-terapia? Seguendo queste suggestioni che la storia ci fornisce, non siamo quindi stupiti che l’arte possa curare e che, fondamentalmente, costituisca una esigenza specifica frutto della nostra evoluzione biologica, che nasce come bisogno di rappresentare, condensare, fare memoria, celebrare, precorrere e presentire, consolidare le relazioni nella specie e nei gruppi umani, consolare fermando ed esplorare insieme. Le culture hanno quindi prodotti linguistici, iconografici, rituali, memorie mitiche che assolvono a proprie funzioni organizzative ri-esplorabili in senso antropologico e sociologico, che possono condividere e coinvolgere l'esperienza umana nei suoi molteplici e complessi aspetti, sia fisiologici che patologici: anche l’arte fa parte di esse. L' artista, come un medico, attraverso la propria opera, svela relazioni nascoste che superano i rapporti sensibili con la realtà ed anche il gioco mondano delle apparenze. Il quid, sempre specifico, che costituisce il suo genio, si mescola con una particolare forma di comunicazione che intendiamo come "rivelazione". Questa funzione, in alcuni casi, giunge ad essere profetica, anticipa il tempo che verrà, ma tuttavia è sempre strettamente collegata al reale, sul quale getta il ponte di nuove visioni.
 
Il senso d’ogni opera d'arte e dentro di quella di qualunque atto che sia creativo è inscritto nella dialettica invisibile con chi ne è spettatore. Ogni espressione artistica è figlia del suo tempo, erede del passato e profetica di quello dopo, mentre "discute" con i suoi contemporanei, li contraddice o li serve, condanna od esalta a seconda dei  casi. In questo risiede la sua funzione "sciamanica". Questo dialogo a volte è conflittuale, in alcuni momenti si esprime attraverso il tormento dell' ispirazione dell'artista, nel dolore della ricerca, sul filo sottile tra genio e follia del medesimo, ma fondamentalmente appartiene ad ogni atto creativo. Anzi c'è Arte perché io posso riprodurla in me ed è prerogativa del suo invisibile rapporto con il collettivo il fatto che in questa operazione essa non si reifichi, diventando solo oggetto estetico. Il campo simbolico è, infatti, il luogo dove l'artista ed il suo atto creativo s’incontrano con lo spettatore, perché la creatività è trasversalmente di tutti, geni, esecutori e passanti distratti.
 
L’arte, dunque, è cura sociale, fotografia del collettivo, deposito delle memorie, delle speranze e delle illusioni, critica della coscienza dell’Io, assolvendo ad una funzione irrinunciabile degli istinti umani che in essa si calibrano tra implosione ed esplosione per proiettarsi e rappresentarsi fuori. Quel magico “come se”, accennato all’inizio di questo articolo, proprio della rappresentazione che vi è nell’arte, ha la potenza di far lavorare la nostra mente, risolvendo conflitti e smascherando il nostro doppio per acquisire la coscienza delle vere risorse in noi. Possono questo le arti figurative, il teatro, ed inconsapevolmente sperimentiamo sempre questo davanti ad un buon film.

la Cinematerapia

Il meccanismo creatore delle immagini cinematografiche è, a causa del suo funzionamento, quello che, fra tutti i mezzi di espressione umana, richiama meglio il lavoro dello spirito durante il sonno. Il buio che invade a poco a poco la sala equivale all’azione di chiudere gli occhi. E’ allora che comincia sullo schermo e a fondo dell’uomo l’incursione notturna dell’inconscio; le immagini come nel sogno compaiono e scompaiono, il tempo e lo spazio cronologico e i valori relativi di durata non corrispondono più alla realtà” (Bonuel)

 
Recentemente abbiamo parlato di film e televisione e ci piace indulgere su queste tematiche che si offrono utilmente ad essere discusse anche dal nostro punto di vista psicologico, in vista della cura dell’uomo. Un primo aspetto che dobbiamo tener presente, considerando le potenzialità terapeutiche di un filmato, è che la maggior parte dei film costituisce una vera allegoria, non diversamente da quanto possano esserlo storie, miti, favole o sogni. Fondamentalmente, è questo che noi utilizziamo come elemento terapeutico nella cinematerapia. L'impatto cognitivo che cura nella visione di un film utilizzato a tal scopo può essere spiegato attraverso recenti studi e teorie sulla creatività. Queste, asserisce la ricercatrice americana dott.ssa Birgit Wolz, che da anni pratica la cinematerapia, suggeriscono che il fattore terapeutico passi per sette diversi tipi di "informazioni" che lei ha individuato. Gli studi effettuati in proposito ci dicono che maggiormente noi abbiamo accesso a queste informazioni, più velocemente noi possiamo apprendere a risolvere i nostri conflitti. Assistere alla proiezione di un film riassume tutti e sette queste modalità o canali informativi: logico-formale (la trama), linguistico (i dialoghi), visuale-spaziale (le immagini, i colori, i simboli), cenestesico (i movimenti), musicale (i suoni e le musiche), interpersonale (lo storytelling) ed intrapsichico (il dialogo interno). Nel suo libro l’autrice di “E-Motion Picture Magic”, scientificamente, ricalcando il pensiero di Bonuel citato all’inizio, vuole dimostrare che “…l’'osservazione di un film ha un effetto magico, più di qualsiasi altro mezzo di narrazione; i film hanno la potenza di dipingerci fuori da noi stessi e nell'esperienza dei loro personaggi. Allo stesso tempo è spesso più facile mantenere una distanza o una prospettiva sana durante l'osservazione di un film di quanto lo sia in situazioni di vita reali” e sarebbe questo che nel contesto di una qualsivoglia psicoterapia darebbe luogo a processi di trasformazione e guarigione.
Molti film contengono un messaggio mitico che ci parla delle nostre virtù e del nostro sé autentico” afferma la ricercatrice “… ed estrarre l'oro in film significa scoprire i nostri più aspetti migliori, gli attributi nascosti, comprendendo come proiettiamo queste virtù su eroi e su eroine”. L’identificazione che ha luogo con un personaggio dunque aiuterebbe a sviluppare una energia interna, dato che richiamiamo risorse profonde dimenticate e a diventare consapevoli dell'opportunità giusta per l’applicazione di quelle stesse risorse. Lei stessa sarebbe passata per questa profonda esperienza d’impatto emozionale nella visione di alcuni film ed a questo proposito cita il Postino (1994) di Massimo Troisi. Mario, personalità certo non complessa, senza l’incontro importante con una personaggio come Pablo Neruda, avrebbe continuato a fare la sua vita di tranquillo italiano su quell’isola. Ed invece è proprio l’amicizia con il grande scrittore a fungere da elemento catalizzatore per la scoperta della bellezza intorno a lui e del suo amore per la poesia. “La tenerezza nel rapporto tra Mario e Neruda, come pure l'autenticità che Mario mostrava, mi hanno toccato profondamente” –afferma la stessa ricercatrice- “Dopo il termine del film ho realizzato che questa sensazione stava in me e ho realizzato che il film mi aveva reso consapevole di valori tenuti ancora profondamente, valori che erano stati nascosti nella mia vita quotidiana. Ho deciso di tirare fuori queste qualità, trascorrendo più tempo da sola nella natura, al fine di semplificare la mia vita e portare più tenerezza e autenticità nei miei rapporti”.
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Nella mia pratica professionale privata sono ricorso a volte all’utilizzo di film con i miei pazienti. Un uso propriamente terapeutico, all’interno di un costrutto metodologico che faceva del film o di alcune sue parti gli elementi provocatori nelle sedute di hypnodrama che abitualmente svolgo. Le modificazioni dello stato di coscienza che permettevano al soggetto di osservare la propria storia da angolature diverse, come proprio della light trance –trance vigile- che si attiva nell’hypnodrama, erano sollecitate ulteriormente dalla finzione scenica della proiezione, che contestualmente, sollecitava identificazioni e distanze dalla trama lì proposta. L’intervento del terapeuta, in quel particolare setting, diventava allora espressione di un Io ausiliario che sollecitava il dialogo interno del soggetto, riconnettendolo all’attualità della propria vicenda.

A questo proposito, il prof. Paolo Pancheri, recentemente scmparso, psichiatra e già presidente della Società Italiana di Psicopatologia, nella presentazione su di un testo di Gianni Canova, “Curare con il Cinema” ( 2001), afferma “Il cinema induce in ogni persona una dello stato di coscienza. Lo spettatore entra temporaneamente in uno stato sognante indotto, mantenuto e trascinato sia dalla storia narrata nel film, sia dalle potenti suggestioni delle immagini. Il film induce un particolare stato crepuscolare, dove la realtà oggettiva si cancella ed i vissuti soggettivi indotti dalle sequenze cinematografiche rappresentano temporaneamente la sola realtà”. Proprio una mia paziente, impegnata nell’arte, recentemente ha commentato quello che sperimentava: alla stregua di quanto proposto dal movimento cubista, una sorta di spezzettatura della propria esperienza, come vista da prospettive differenti, eppure riassunta in quel quadro dinamico costituito dalle sequenze del film, dove ogni parte scomposta contribuiva all’essenziale mantenimento dell’identità del soggetto che era libero di spaziare anche nelle aree scure della propria storia, senza più angoscia.  
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Il prof. Mastronardi, esperto di cinematerapia, in una sua recente pubblicazione, afferma: “La selezione dei contenuti da veicolare, costituisce la peculiarità della ricerca insieme alle modalità di “prescrizione del singolo prodotto filmico” e di somministrazione, che utilizzano elementi dinamicamente attivi ed operanti in grado di strutturare Cognitività emozionali autoctoneo illuminazioni autoctone etero-sollecitate, particolarmente attive a livello emozionale, in grado quindi di “incidersi” nell’ immaginario individuale, con la finalità di favorire una più funzionale evoluzione del singolo momento storico della singola persona, proprio grazie a quelle “piste comportamentali” alternative suggerite a livello filmico emozionale. Lo studioso ha già preparato un vero “repertorio” filmografico di opere che si prestano ad una visione e lavoro terapeutici a seconda dei contesti e delle situazioni di target psicoterapico. Identico intelligente esperimento lo conduce Gianni Canova, docente di Storia e critica del cinema presso l'IULM di Milano che dirige il mensile di cinema "Duel", nel testo succitato, dove presenta una filmografia tematica per “conflitti”, quasi pronta all’uso, ma certamente che incoraggia lo studio e la ricerca in questo campo. L’autore inizia la sua colta trattazione cercando di rispondere allo stesso quesito che ci siamo posti sul perché il cinema sia potenzialmente un mezzo così “terapeutico”: “Ricordo certi pomeriggi invernali a Milano, quando il male di vivere –la sua insensatezza…- sembrava naturale nella nebbia che ti inghiottiva…Si andava al cinema. A vedere qualsiasi cosa, purché fosse un film. Ranicchiati in terza fila, in posizione fetale, ci lasciavamo invadere dai simulacri di mondi che emanavano dallo schermo. Novanta-centoventi minuti di terapia intensissima: all’uscita stavamo sempre meglio e ci pareva che il mondo -quasi sempre avvolto ancora nella nebbia- fosse migliore -avesse più senso- di quanto noi pensassimo prima di acquistare il biglietto e di immergerci nel buio luminoso della sala. Da che cosa ci curava il cinema? Che malattia aiutava a sconfiggere?” 

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Beverly West e Nancy Peske, redattrici “Cinematherapy”, una rivista americana di larga diffusione che ha un pubblico costituito da lettrici di varie età, dai venti ai sessant'anni, e di diverse estrazioni sociali, recentemente hanno pubblicato “Cinematherapy for the Soul: The Girl's Guide to Finding Inspiration One Movie at a Time (2004), ultimo nato di una serie di manuali sull’uso dei movies in forma di auto-terapia n differenti contesti. Il testo, prevalentemente dedicato al mondo femminile, con il sottotitolo che suona “Un film per ogni stato d'animo”, costituisce un interessante  e divertente manuale filmografico, ora edito anche in Italia da Feltrinelli, dove le due autrici propongono la cinematerapia come una modalità meno invasiva di curarsi, addirittura alternativa alla psicoterapia e che prevede il fai da te dell’automedicazione.
Ben vengano queste iniziative, diciamo noi, e deve esservi spazio democratico per le valutazioni indipendenti della nostra intelligenza. Siamo assolutamente lontani dalla retorica che vuole le soluzioni ai problemi degli individui solo con il parto doloroso dell’intelletto e delle emozioni in un setting psicoterapico. Un individuo può anche guarire “per strada” prima di raggiungere la “capanna” dove esercita lo “stregone”, contrari alla religione di certa “ortodossia” psicoterapica, quale unica forma di risposta ai conflitti. Crediamo anche che spesso il “Budda”, quando incontrato per strada –così recita un insostituibile e colta dissacrazione dell’inutile nel terapeuta che non deve creare dipendenza in un testo dell’Astrolabio- debba essere “ucciso” quanto prima e non sempre con il suo permesso; ma è anche vero che una autentica terapia debba passare fondamentalmente per la “relazione” con l’altro, per evitare il rischio di stereotipate operazioni di ipertrofia del nostro Ego, dove l’autoreferenzialità delle soluzioni può solo imbrogliare le carte e posticipare le risposte ai nostri conflitti. Ecco allora che forme di terapia breve, assolutamente centrate sulle risorse del cliente, che facciano ricorso a strumenti quali il cinema od il teatro aprono una ampia discussione teorica sul modo di risolvere i problemi delle persone. In questo senso, ad esempio, lavora Connie Sharp, professore di psicologia alla Università di Pittsburg, dove ha avviato veri corsi di cinematerapia.
finzione scenica ed operazione sciamanica: verso l...

finzione scenica ed operazione sciamanica: verso la cinema-drama-terapia

La funzione sciamanica, quasi “profetica” che prima attribuivamo all’arte, qui nella cinematerapia nel setting psicoterapico si colloca in quello che, in accordo a Birgt Wolz e numerosi altri psicoterapeuti, noi designiamo come "modern-day shamanism", un lavoro interno, una catarsi che spesso si svolge a scatola chiusa, senza interpretazioni nel dialogo. Una serie di operazioni mentali che coinvolgono profondamente i nostri processi inconsci sul piano cognitivo ed affettivo (Tyson, Foster, and Jones, 2000), anche al di fuori della nostra consapevolezza. Cindy Jones, redattrice con altri importanti studiosi dei contenuti di Cinematherapy, un sito interamente dedicato al mondo della cinema-terapia, traccia sul web quelle che considera le principali linee guida per il terapeuta nel trattamento con la cinematerapia: suggerire un filmato solo dopo aver stabilito un consolidato setting di counseling con il cliente; essere aperti ai movies suggeriti dallo stesso cliente; sapere che la cinema-terapia non può lavorare con chiunque; non suggerire mai ad un cliente di guardare una proiezione senza una adeguata preparazione e conoscenza del prodotto cinematografico; focalizzare il lavoro sui personaggi, le relazioni, i processi che lì hanno luogo, promuovendo l’insight; sospendere il vostro giudizio sul film o sugli attori, se il film ha una funzione terapeutica; selezionare film che offrono un positivo ruolo dei modelli e offrono speranza ed incoraggiamenti; partire con una lista di film che possono essere utilizzati; discutere con altri terapeuti per averne opinioni e suggerimenti; consigliare il cliente di assistere alla proiezione del film con un amico o con un membro della famiglia; incoraggiarlo a prendere nota, durante la visione del film, dei punti più importanti riguardanti i personaggi o le scene maggiormente rilevanti per lui.

Se quanto descritto descrive il setting cinematerapeutico, è nell'agire cinematografico che troviamo tradotta l'essenza della cinema-drama-terapia (E. Gioacchini, 2007), che la si usi in contesti clinici od anche soltanto ludico-addestrativi. In tali situazione di ripresa, che viene suggestivamente a connetere elementi propri del teatro a quelli del cinema, il soggetto, mentre recita la sua parte, è apparentemente "distratto" dal proprio "racconto isterno" e quasi sempre offre una massiccia proiezione di se stesso sulla scena. Questo avviene grazie al lavoro drammaterapeutico che ha avuto luogo in precedenza, lungo il processo di apprendimento ed interpretazione del personaggio (vedi drammaterapia). La scena finale registrata poi si presta ad essere rianalizzata ed elaborata nel setting del gruppo, così come avveine nella cinematerapia.
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    La nostra società occidentale vive una profonda contraddizione nell’ambito della quale vivono privilegi ed insieme fortune, elementi forse indisgiungibili in qualsiasi realtà sociale e politica, ma che si può avere il coraggio di esplorare ed interpretare. Da una parte assistiamo ad un fermento costante ed assolutamente frenetico verso una condizione ideale di “progresso” che sempre più s’identifica con lo scientifico e tecnologico, e dall’altra un quasi assoluto immobilismo verso la ricerca di valori umani che, già indagati, costituiscono storia, cultura del pensiero e delle diversità. Il cinema e con esso tutto quello che costituisce la comunicazione visiva possono in questo caso conciliare l’attuale potenza dei mezzi alla scoperta di realtà dalle quali ci siamo allontanati, personali e collettive. Si tratta in ogni caso della capacità della rappresentazione a costituirsi come elemento provocatorio, così come lo era il “drama” e la “catarsi” nel teatro greco, piuttosto che la fedeltà del contenuto, tenendo sempre presente che qualsiasi operazione terapeutica non può isolare quel particolare e personale percorso dal situarlo in una più vasta “mappa” del territorio politico e sociale. In una seduta di cinematerapia il soggetto è gentilmente “costretto” a mescolare i suoi processi razionali e irrazionali, ad integrare emozioni, a scoprire nella propria “ombra" il sé vero, gli errori e le potenzialità. Tutto questo può contribuire a guardare alle vicende della nostra vita in modo meno rigido e più creativo, aiutando a spostarci verso nuove prospettive, verso la possibilità della “guarigione” come integrazione del sé totale. Potremmo prendere come stimolo utile ciò con cui termina la propria summa enciclopedica il medico oxoniense Robert Burton, baccelliere in teologia e membro della Chiesa Anglicana (The Anatomy of Melancholy, 1621), con l’esortativo “non siate inerti”. E con questo ci associamo a quanto Gilberto Cardellini, citando l’illustre medico del passato, in un numero de Il Sole 24 Ore del 2000, commentavain un articolo intitolato “Malinconia Molecolare”: a proposito di un’arte terapeutica, essa deve sempre più essere responsabile di sapersi argomentare tra momento biologico, molecolare e momento psicologico  “…uno snodo fondamentale per tutti coloro che indagano sulla storia e sulle coordinate antropologiche della malinconia occidentale”.!
 

approfondimenti...

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Pellicola & Terapia

quando un film può guarire...

Intervista al prof. Vincenzo Mastronardi, di E. Gioacchini
febbraio 2006
 
Filmtherapy. I Film che ti aiutano a stare meglio
     La Stanza di Cloe (1996)
     - Di: Rolf de Heer
     - Con: Cloe Ferguson, Celine O’Learly, Phoebe Ferguson
     - Trama: I pensieri e le riflessioni della piccolo Cloe (ascoltati 
     soltanto dallo spettattore), che smette di parlare perchè
     terrorizzata dai litigi dei genitori, fanno da filo conduttore
     ad un film che ha come tematica l’autismo infantile.
     - Indicazioni terapeutiche: per favorire l’introspezione dei 
     genitori e motivare l’attenzione verso i piccoli-
     grandi segnali lanciati dai figli non necessariamente autistici
    
Questo appena trascritto è solo un film-esempio di quelli che -circa 300- Vincenzo Mastronardi redige in repertorio di cinematerapia. Un testo, quello del professore accademico di Psicopatologia Forense all’Università “La Sapienza” di Roma, edito dalla Armando Ed., uscito nel  dicembre 2005 e già esaurito alla prima stampa. L’autore, con il quale intrattengo un cordiale corrispondenza scientifica, già due anni prima mi aveva informato di voler raccogliere la propria lunga esperienza con le “pellicole che possono aiutare a stare meglio” e da egli stesso utilizzate sia in contesti clinici che sperimentali. La sua lunga ricerca sugli stati modificati di coscienza e di come questi possono essere abilmente sfruttati nel setting psicoterapeutico, ipnositerapico o meno, ne fanno un punto di riferimento nazionale ed internazionale nella materia. La mia personale ricerca sull’uso dell’immaginale in terapia e nella didattica hanno perciò costituito da diversi anni la forte motivazione a confrontarmi con la sua esperienza di scienziato e docente. Anche nelle ultime pagine in questa rubrica, dedicate al “Negativo che Cura”, abbiamo fatto riferimento al suo pensiero in proposito. Prendendo lo spunto da alcune lettere ricevute in redazione che ci vogliono stimolare a scriverne ancora in proposito e dalla recente uscita di questo interessantissimo volume è ata appunto nel 2006 una piacevolissima conversazione-intervista con il suo autore. 
-E’ di dominio sempre diffuso, e non solo nel mondo degli addetti ai lavori, che metodi terapeutici come lo psicodramma o tecniche di role-play, certe forme di teatroterapia (dramaterapia) siano potenti metodi perché i soggetti che vi partecipino possano sperimentare una maggiore consapevolezza ed apprezzamento di loro stessi. Nella mia pratica professionale, ho a volte utilizzato anche io alcune buone pellicole con diversi pazienti e con successo.

Professore, ritiene che la visione di un film agisca nella stessa maniera?
“Vi è un dato che accomuna tutte queste esperienze, che siano utilizzate per terapia o meno. E’ l’immaginario sia individuale che collettivo ad essere coinvolto e certamente le immagini e le memorie sensoriali di ogni individuo sono depositi del suo passato, presente ed addirittura si prefigurano con l’immaginazione come aspettativa delle sue vicende future. Lei ha citato lo psicodramma. Ecco questo è un metodo che esplora queste stesse dimensioni del soggetto da punti di vista differenti, grazie al lavoro che lì si svolge…”
-Certamente nelle tecniche psicodrammatiche i partecipanti entrano in contatto e trasformano le loro realtà, interne ed esterne, attraverso il capovolgimento di ruoli, sperimentando dialoghi e cambiamenti di scene…
“Esattamente, è quello che avviene nella visione di un film utilizzato a scopo terapeutico. Vi è la possibilità analoga di far emergere, per mezzo dell’immagine filmica, elementi dell’immaginario inconscio, portandoli a livello della coscienza. Il soggetto è ora messo in grado di elaborare un pensiero che era prima segregato, escluso dalla consapevolezza”.
-E’ questo quello che lei, nel suo testo, indica come “catarsi filmica”?
“Vede, il film, se abilmente utilizzato dal terapeuta, è una sorta di cavallo di troia! Può proporre, suggerire e veicolare messaggi e comportamenti alternativi a quelli “devianti” o più o meno patologici. Così come un bisturi viene usato dal chirurgo per accedere all’interno del corpo, al fine di ristabilirvi l’omeostasi, così le immagini filmiche possono costituire un mezzo per accedere all’inconscio del soggetto e ripristinare l’omeostasi della mente”.
Professore, un punto importante…Sia per me che per lei che lavoriamo in ambito psicoterapico, tutto è abbastanza chiaro. Ma a volte dai non addetti ai lavori viene sollevata comprensibilmente una domanda. Ed io ho l’ufficio di mettermi qui in their shoes! Ad esempio, essi sono perplessi riguardo al fatto che questa modalità di “viversi” nel panni dei personaggi del film, così come anche muoversi nello scenario suggerito dall’ipnosi-terapeuta nel setting ipnotico, possa avere effetti duraturi. La suggestione di certe esperienze “artificiali”, si chiedono, può davvero far elaborare il soggetto?
“Nell’esperienza filmica si attiva, infatti, proprio una dinamica comunicativa di alto potere suggestionante (i messaggi l’ impliciti), ma questo nel contesto di uno stato di coscienza modificato, che assomiglia molto, come lei suggeriva, a certe condizione di ipnosi leggera sperimentate dai nostri pazienti, o nei sogni ad occhi aperti della vita quotidiana di ognuno di noi. Questi stati particolari di funzionamento della nostra mente, diversi dalla condizione ordinaria di lei ed io che stiamo parlando, sono in funzione di una specie di “onda emozionale” che investe l’individuo durante la visione del film e contribuisce a creare quel benefico senso di distacco dalla quotidiana realtà. Proprio quest’ultimo, benché temporaneo e circoscritto, sembra essere la molla fondamentale che spinge ognuno di noi verso lo spettacolo cinematografico”.
-Dunque una forma di “reset” dalle nostre preoccupazioni così come noi coscientemente le viviamo,nei nostri schemi mentali usuali?
“Può essere visto anche in questo senso, E del resto è proprio questa potente capacità del cinema di far funzionare l’intero nostro psichismo “come se” si fosse in quella storia, ma al contempo ponendoci al riparo dalla eccessiva responsabilizzazione che vivremmo se ne fossimo davvero protagonisti, ad aver fatto il successo della settima arte…”.
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-Freud, ma dopo di lui moltissimi altri ricercatori del pensiero e dei suoi meccanismi, hanno affermato che per la mente non farebbe molta differenza tra una esperienza realmente esperita ed un’altra solo intensamente fantasticata e vissuta emotivamente. E naturalmente è in questo senso che noi contiamo si disponga il sistema conscio-inconscio del soggetto al quale proponiamo una pellicola “terapeutica”.
E’ come suggerire ad una persona, con la forza del sogno, al di fuori dal ricatto personale della propria storia, di fare prove d’autore di future sue possibili opinioni, scelte di vita, nuove considerazioni sul suo passato, atti mentali che, ordinariamente, non avrebbe l’occasione od il coraggio di fare. Non dimentichiamoci che la visione di una determinata pellicola è stata scelta dal terapeuta con una specifica motivazione e che lo spettatore-paziente vi partecipa con la mente, il proprio corpo, emozioni e sensazioni”.
-Dunque una specie di “ipnosi permissiva” che non comanda comportamenti, come nel vecchio clichè della suggestione autoritaria, ma piuttosto che suggerisce nuove possibilità?
Lei ha centrato il punto! Se la proiezione di un film può essere inclusa tra le metodologie idonee ad indurre un lieve stato di trance, finalizzato ad alleviare la condizione di stress derivante da un eccesso o da una carenza di stimoli ambientali, d’altra parte l’uso specifico di certi suoi significati, lì simbolicamente raccontati, può acquistare il significato di una operazione specificamente psicodinamica con finalità terapeutiche”.
-Nel suo ultimo testo “Filmtherapy. I film che ti aiutano a stare meglio”, lei cita una abbondante casistica di “somministrazioni filmografiche” per singole tematiche conflittuali, come a dire che per ogni problema può esservi una proiezione giusta. Qualcosa di analogo a quanto hanno fatto in America, da molti anni e con molti testi divulgativi, Nancy Peske e Beverly West. Personalmente ritengo il suo lavoro una buona risposta, non solo italiana, ma rigorosamente scientifica, a quanto proposto dalle due giornaliste, alle quali tuttavia va il nostro simpatico plauso. Certamente si osserva che al “fai da te” di certe modi di utilizzare la cinematerapia, lei contrappone invece la indicazione e la somministrazione filmografica nel cotesto di un preciso setting terapeutico. Può fornirci qualche esempio che chiarisca ai nostri lettori, artisti e simpatizzanti dell’arte, come l’arte cinematografica arrivi a curare collettivo ed individuo?
Il cinema è un prodotto così ubiquitario, appassionante e con una sua storia che realmente è immagine ed insieme memoria delle nostre civiltà. Anzi, possiamo dire che esso, per costruire le proprie storie ha attinto a quasi tutti gli aspetti della vita reale Ogni attività. Esperienza, sentimento animale è stato ampiamente riportato sul grande schermo sia da un punto di vista storico-socio-antropologico che da uno più strettamente psicologico-personale…grandi problematiche sociali e storie che raccontano di singoli individui e dei loro problemi…grandi incursioni nel fantastico, nelle paure più profonde come nei desideri reputati più impossibili. Il repertorio “terapeutico” costituito dai film è quindi vastissimo e le sue caratterizzazioni, per personaggi e contesti, si presta davvero ad un uso ampissimo, in ambito educativo, addestrativi, clinico…oltre che l’aspetto ludico di cui tutti noi ci gratifichiamo. Rispetto al settore psicologico- psicoterapico, gli studi del mio gruppo datano agli anni ’80, come fisiologico sviluppo di quella che già allora proponevamo come biblioterapia . Da allora ad oggi abbiamo testato la efficacia terapeutica della cinematerapia come “linguaggio filmico verbale e non verbale” in numerose esperienze sperimentali e studi clinici. Ad esempio con i disturbi da dipendenza da sostanze”.
.Per quanto riguarda la sua esperienza, un film che sia preso in prestito dalla sala cinematografica per farne un uso terapeutico, deve possedere sempre una sua “morale” finale o comunque viaggiare su registri che siano rilassante, deconflittualizzante, “addolcente” il nostro psichismo, per poter curare?
Assolutamente nò. Le faccio un esempio. Un esperienza svolta con uno dei miei collaboratori, il prof. Villanova, ha evidenziato che la “somministrazione” di film a tema horror provocava in individui normali un aumento della consapevolezza delle proprie potenzialità, una percezione obiettiva degli elementi di minaccia e la possibilità di apprendimenti di metodiche comportamentali atte a prevenire azioni trasgressive nei loro confronti”.
-Sappiamo che in alcuni soggetti esistono peculiarità della personalità che predispongono maggiormente ad essere “vittima”, “preda” di estranei od ad instaurare pericolosi rapporti di dipendenza, addirittura verso il proprio “persecutore”. Essi, di fatto, indurrebbero maggiormente l’attenzione del criminale o della persona con disturbi mentali verso di loro. Dunque sarebbero “costituzionalmente” portati a mettersi nei guai! Persino la FBI, relativamente ai soggetti vittime di serial-killer ha redatto elenchi di caratteristiche ed atteggiamenti propri, anche se incautamente, di queste personalità. La domanda: l’uso della filmterapia può avere uno scopo terapeutico in termini preventivi, per questi soggetti?
In un campione significativo di questi soggetti abbiamo riscontrato un positivo cambiamento di atteggiamenti generali ed anche specifici nei confronti della potenziale situazione di coinvolgimento in situazioni di alto rischio di danno personale. Un soggetto che assista ad una proiezione specifica è indotto ad un processo di personale identificazione con i personaggi , tale che si crea una “risonanza emozionale” tra lui ed i protagonisti. Questo è possibile perché la fusione che egli vive tra la propria realtà e quella filmica è il prodotto di alcune pulsioni percettive proprie di ognuno di noi: la voglia di guardare (pulsione scopica) e quella di ascoltare (pulsione invocante)”.
-Una specie di “irretimento” momentaneo che il terapeuta-educatore dirige dunque nella direzione di quella ristrutturazione della personalità e dei suoi atteggiamenti e comportamenti a cui accennavamo?
Una potenziale capacità di guardarsi attraverso gli occhi dei protagonisti della scena. Un secondo tempo, più cosciente quest’ultimo, di quello che il nostro lavoro onirico, fa ogni notte per noi, inconsapevolmente…”.
Professore, non resta che parlare delle controindicazioni?
La visione di un film nell’uso che ne fa un terapeuta può certamente diventare un valido ausilio per il paziente, così come, passivamente recepito, diventare fonte di danno, angoscia irrisolta ad esempio…o peggio influenzamento negativo per lo stesso. Ma questo vale anche al di fuori del setting terapeutico per qualsiasi prodotto della nostra cultura. Ed esempi di questo, non appartenenti all’ambito delle psicoterapia, sono ogni giorno sotto i nostri occhi…spinte iperegoiche verso traguardi che invece finiscono per destinarci all’insicurezza maggiore ed indulgere troppo sui nostri sensi di colpa fantasticati…
-Come dice lei, professore, o anche capaci, se ben utilizzati, di rigenerare e dare maggior spazio alla nostra creatività…
 
 
Vincenzo Maria Mastronardi è Psichiatra, Psicoterapeuta e Criminologo Clinico. Titolare di Psicopatologia Forense, Direttore dell’Osservatorio dei Comportamenti e della Devianza, Direttore del Master in Scienze Criminologicho-forensi presso la 1° Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ricopre numerosi incarichi in prestigiosi organismi istituzionali ed istituzioni private ed è autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche e diversi libri di criminologia, psicoterapia e sulla comunicazione con più case editrici.
 
Cinematerapia e prevenzione

Cinematerapia e prevenzione

In tema di prevenzione primaria e secondaria e con finalità rivolte alla ristrutturazione di comportamenti disfunzionale, la possibilità di veicolazione intrapsichica di un messaggio immaginifico atto a creare il metacognitivo, proprio delle arti visive, può rivelarsi un mezzo d’estrema utilità comunicazionale. La somministrazione di sequenze capaci di affrontare comportamenti ad elevata potenzialità di devianza attraverso un linguaggio emozionale filmico, può essere attuato sia a livello individuale sia di massa attraverso lo stesso messaggio filmico. Esistono però trame filmiche a più alto contenuto emozionale che se ben gestite, possono presentarsi in grado non solo di evidenziare una vasta gamma di “gap esperienziali” disfunzionali in cui proiettarsi, ma anche in grado di soddisfare mirate esigenze terapeutiche, rappresentate “dalla sintomatologia comportamentale manifesta o spesso occultata anche a se stessi”. La terapia filmica presuppone consapevolezza da parte di chi somministra il contenuto veicolato dal messaggio filmico di toccare “le giuste corde” di determinate emozioni proprie della psicodinamica individuale e di poterne prevedere gli effetti, modulandoli in senso preventivo-trattamentale in un contesto di “monoideistica attentività”, propria dello status psicofisico della “visione cinematografica” in cui “il cognitivo si mescola con l’affettivo” (L. Chertok). L’utilizzo su vasta scala consente versatilità d’intervento per quanto riguarda lacune di contenuti immaginifici importanti sul piano pedagogico ed ascrivibili alla vanificazione mass-mediologica del valore educazionale delle Agenzie preposte come la famiglia e la scuola, atteso che il mezzo mediatico può a ragione essere considerato come un vero e proprio meccanismo di approfondimento da inserire nel “prolungamento del sistema scolastico” (cfr. Rapporto Mc.Bride 1982 e Commissione internazionale UNESCO 1980). Tale azione vicariante e/o integrante può consentire la diminuzione del rischio o del danno mediante la visualizzazione di contesti ed elementi potenzialmente a rischio e che sarebbero pertanto affrontati ancor prima di poter divenire oggetto di devianza, fornendo valide “piste comportamentali” di soluzioni alternative e di scelte decisionali più funzionali e meno disturbanti. La selezione dei contenuti da veicolare, costituisce la peculiarità della ricerca insieme alle modalità di “prescrizione del singolo prodotto filmico” e di somministrazione, che utilizzano elementi dinamicamente attivi ed operanti in grado di strutturare “Cognitività emozionali autoctone” o “illuminazioni autoctone” etero-sollecitate, particolarmente attive a livello emozionale in grado quindi di “incidersi” nell’immaginario individuale, con la finalità di favorire una più funzionale evoluzione del singolo momento storico della singola persona, proprio grazie a quelle “piste comportamentali” alternative suggerite a livello filmico emozionale. 
(Prof. Vincenzo Mastronardi, relazione tenuta al Convegno "Il Potere delle Fiabe", M.A.T.  e Hypnodrama.it, 13 giugno 2003)