Fiaba & Mito

 

 Storytelling: potere e terapia


Oggi parliamo di FIABE, quelle attraverso cui siamo passati, ma anche dell'invisibile percorso che pure adulti ci fanno fare, nelle versioni più camuffate, complesse, certamente spettacolari, ma volte anche artificiose, della finction, del dialogo con i bambini, delle nostre "fantasticherie ad occhi aperti". Dai primi fumetti disegnati nelle grotte, a quelli quasi metafisici della realtà virtuale, si tratta sempre del gioco complesso della conoscenza a essere appunto in “gioco”.
Possiamo genericamente affermare che ciò che noi siamo e da cui proveniamo costituisca il lento frutto di un pensiero che è progredito proprio grazie a quello squisito strumento che è il linguaggio umano, verbale e non-verbale. Esso ha permesso di costruire la nostra “idea di realtà", articolando sempre meglio la nostra capacità di “immaginare”. Prima dell'avvento del linguaggio verbale, così come noi oggi lo conosciamo, il nostro lontano antenato si esprimeva con una serie di limitati suoni, accompagnati da gesti, da piccole danze del corpo intorno all'evento che voleva comunicare, sotto lo stimolo di emozioni e sensazioni. Vennero poi tutta una serie di parziali e sempre più complesse rappresentazioni che dipingevano ai sensi e alla ragione dell'altro quello che era accaduto o stava per accadere o si sarebbe dovuto preparare. Al fuoco della sua notte, al sicuro tra le rocce, possiamo ancora raffigurarcelo mentre ripete le rappresentazioni del giorno, facendone rito di auspicio, oggetto di esorcismo, se esperite con paura, elemento di coesione della specie e del gruppo. Nessuno mi toglie dalla mente che, nel gioco mirabile e crudele dell'evoluzione, siano andati avanti sino a noi quelli che di loro sapevano meglio raccontare. A torto o a ragione! Elemento, questo della narrazione, irrinunciabile, propedeutico all’ dell'atto di previsione degli eventi e dunque al servizio della difesa del gruppo. L'intelligenza più sviluppata che andava staccando sempre più il nostro ominide dalla comunicazione quasi sempre solo istintiva tra le altre specie animali, faceva ora del "dialogo" un oggetto consapevole di piacere, di conquista, di potere. Ancor oggi, riflettete per un attimo, tra due persone che discutano di cose anche estemporanee, il piacere è quello della dialettica di un incontro dove ci si riconosce e ci si differenzia, però all'interno di uno stesso progetto, un rapporto di 'amicizia,  un'ambientazione specifica, un progetto, una storia d'amore. E poco dopo, può avvenire il salto verso la celebrazione di quel dialogo, la metafora che descrive di quelli, nella lettera, nella lirica, nel manifesto, nel mito, antico ma anche moderno...

L'individuo, nelle prime tappe del suo sviluppo, ma sappiamo anche in seguito, conosce la realtà attraverso una costante discussione interna, un “racconto” silenzioso, ma molto spesso verbalizzato in soliloquio. In esso, egli si colloca come protagonista od osservatore, mediando il delicato passaggio dalla terza persona all'Io soggetto e dispone le cose intorno secondo ordini che si rifanno a categorie via via più complesse, quelle che sta costruendo. Nel bambino, in particolare, questo invisibile racconto interno acquista la dimensione di un sogno ad occhi aperti, dove gli stimoli esterni lo colpiscono su una matrice di assoluta suggestibilità, ove egli gioca un costante processo di “immedesimazione riproduttiva” con la realtà intorno. Potremmo paragonarle questa narrazione interna alla trascrizione sul nastro della nostra storia, mentre essa si sta svolgendo da qualche parte; è la ripetizione interna del nostro software, mentre registra ed elabora. E’ il conforto di un incontro che ci sembra di possedere (immaginare una cosa è un po’ appropriarsene), contro la deriva di un universo che vorrebbe quasi risucchiarci nel "mai stati" e, in questo senso, acquista il significato di un "fenomeno transizionale". Potremmo definire questo stato di continua influenzabilità del soggetto, come afferma qualche autore, il costante stato ipnotico del bambino, capace di accendersi al minimo segnale importante (Gherardi). Le diverse scene di questo "lungometraggio", dicevamo, divengono nel tempo sempre più dinamiche, si rapportano,  e si influenzano in un riaggiustamento nel tempo che rende continuo il montaggio dell' "opera finale". Una squisita attività di “ponte” verso la realtà.

Il bambino, attraverso quello che noi definiamo gioco e quindi anche attraverso la fiaba, con l'enfasi dell’esplorazione e della scoperta, fa qualcosa di tutt'altro che spensierato e semplice. In realtà, egli compie, un preciso allenamento verso la conoscenza di sé e del proprio rapporto con il mondo, un mestiere a cui la natura lo ha predisposto in gran parte geneticamente, persino nella possibilità di acquisire dalle figure parentali, primo prototipo dell'altro da sé. Egli manipola gli oggetti interni ed esterni di quel vissuto fantastico, non interrogandosi consapevolmente sulla distanza tra la realtà e la fantasia; compie simulazioni che hanno il significato di esperimenti sulle prove d'autore della propria personalità, situazioni preparatorie nel costante processo di crescita psicofisica, interpretando ruoli, codificando, quindi, in maniera sempre più complessa le istanze del proprio psichismo. Egli non cerca di capire la favola, ma ci entra dentro con tutta la forza della sua immaginazione. Così facendo, il bambino si racconta favole meravigliose, a cui molto spesso noi non abbiamo accesso, e compie invisibili correzioni di quelle che gli narriamo. Noi l'osserviamo muovere le proprie mani e gli occhi, sussurrare parole ed incitamenti, parlarsi ripetendo stralci di storie già ascoltate dall'adulto o dal fratello maggiore, sapientemente farcite di qualche differenza! Per questo, più tardi da adulto, gli sarà così facile immedesimarsi, sempre inconsapevolmente, con il ruolo eroico (vincitore o perdente non importa) di un personaggio di un film, modalità più travestita di raccontarsi ancora una bella favola, di riconnettersi ad una modalità antica di pensiero, quando essa era  primitivamente funzionale alla scoperta del mondo.
Poi c'è il mondo di fuori che crea i suoi miti e le sue favole, quelle tramandate o scritte, una sottile anima di fantasia e colori che percorre a spirale tutta la cultura, attraverso il contatto e l'incontro di generazioni che si raccontano il proprio senso sulla vita. Una costante tensione verso la metafora, che spesso riconduce la realtà immanente alla ricchezza del suo viaggio, e questo  anche attraverso l'arte, le scoperte scientifiche, i sogni di uomini importanti per la nostra storia. In altri casi, tristi e oscuri, le favole conducono e spingono verso l'ideologia, manipolano il pensiero di alcuni al servizio non consapevole di altri. Anche la terapia ne fa uso, possibilmente sapiente, mirato nell'approccio ad alcuni disturbi dello sviluppo psicologico nell'infanzia. Ci si accorge, dunque, che le fiabe sono davvero costantemente un linguaggio universale.
 

Ma cosa accade nella psicologia di un soggetto adulto che ascolti una favola "terapeutica"? Sicuramente quella storia è stata contestualizzata al  particolare momento della terapia, alla sua visione della realtà, comprensiva dei suoi problemi, delle sue risorse e si sviluppa in un linguaggio che tiene conto di quello del soggetto, dei suoi canali percettivi privilegiati, della sua modalità di ricordare e progettare.Ed allora, nella trama che sviluppa quella particolare metafora, essa lavora inducendo un positiva "regressione al servizio dell'Io", come direbbero Gill & Brenman. Il processo consiste in un "pescaggio" profondo nella vita remota del soggetto, in aree dove  viene superata la censura realizzatasi attraverso le rigide difesa dell' Io,  e che comporta che la persona venga indirettamente  messo a confronto con la propria vicenda storica. Lo spostamento dell'angolatura dell’ ottica, attraverso la quale la persona è ora indotta a osservare la propria storia o un  definito evento, supera le resistenze inconscie e, quindi, le reazioni emotive, come lo stupirsi, il meravigliarsi, il commuoversi nella partecipazione alla trama frantumano i pregiudizi verso la ricostrustruzione di una possibile nuova storia. In realtà, quella che viene corretto non è il nostro passato, ma l'esperienza emotiva archiviata in esso e congelata, tranne il compromesso "storico" (!) del sintomo più che visibile, sottile filo rosso direbbe Langs, che riconduce a al vissuto traumatico; o piuttosto a quanto di esso è significato oggi "traumaticamente" dal nostro presente. In un sistema fuori coscienza  (Heller, 1982), catene associative si liberano per nuovi legami e schemi di interazione, innescando un processo di creativa ristrutturazione inconscia. La metafora è un linguaggio simbolico, tipico di un certo tipo d’insegnamento che ritroviamo nelle cultura di ogni tempo: i koan del Buddismo, il Vecchio e Nuovo Testamento, le allegorie della letteratura, le immagini delle liriche, le fiabe dei narratori. Esso sembra raggiungere in maniera incisiva i processi che avvengono nel nostro emisfero "creativo", quello destro, in contrasto con quanto avviene nel sinistro, deputato all'analisi più razionale e logica della realtà.
Le favole, nella loro struttura metaforica, sembrano operare a due livelli: mentre ad un primo livello l'ascoltatore consciamente segue la vicenda che gli si sta narrando, reagendo ad essa secondo modelli a lui consapevoli, un secondo livello comporta che egli riferisca indirettamente e poi sempre più direttamente a sé quella storia. Bandler e Grinder postulano che la metafora agisca nel soggetto secondo una sorta di passaggio provocato a tre stadi che definiscono ricerca transderivazionale: vi è la struttura superficiale di significato della Storia che il soggetto ascolta; quindi, una struttura profonda di significato associata,che riguarda indirettamente l'ascoltatore; infine, una struttura profonda di significato recuperata, che si riferisce specificamente all'ascoltatore.

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Il discorso ci porterebbe molto avanti e le citazioni diverrebbero un vero trattato, intenzione non agevole da perseguire e nemmeno scopo del nostro incontro limitato nel tempo. Mi preme però sottolineare ancora due concetti, che reputo fondamentali per comprendere secondo quale modalità la favola, come la suggestione, siano in fondo potenti motori  verso un cambiamento. Milton Erickson postula, riguardo la fantasia,  un essenziale distinguo. Vi sono le fantasie di cui siamo coscienti, quasi sempre le stesse o comunque costituite in massima parte da un repertorio abbastanza stabile nelle diverse tappe della nostra vita; e poi altre fantasie non esplorabili dal nostro Io, appunto inconscie, ma disponibili a dare impulso ad atti creativi se poste nella situazione di divenire attive. E poi...condizionamenti operanti a livello inconscio e subconscio costituiscono molte volte il più grande ostacolo al superamento di antieconomiche difese nevrotiche! Quando l'insicurezza del soggetto comporta la ridondanza del pensiero che si ripiega anancasticamente a proteggere se stesso, invece che a svilupparsi nel logos, la struttura nevrotica imprigiona la potenza di qualsiasi insight, o sforzo comportamentale verso il superamento dei sintomi. In queste strutture nevrotiche, cognizione e affetto devono intervenire in forma terapeutica a destrutturare, decondizionando, con il contestuale conforto di canali espressivi che gratifichino la nuova esperienza verso il "rischio". Di qui, anche attraverso le favole terapeutiche, la possibilità che ci si giochi in riscatti diversi dal conosciuto ed emergano visioni che danno luce differente alla nostra storia.

approfondimenti...

M.A.T. - Hypnodrama.it, 13 Giugno 2003, "Il Potere...

M.A.T. - Hypnodrama.it, 13 Giugno 2003, "Il Potere delle Fiabe". Abstracts a cura della SIISCA-Hypnodrama.it

Mito e fiaba

Mito e fiaba

Prof. Aldo Carotenuto +,  già titolare di Fondamenti della Personalità, 1a Facoltà Psicologia, Università di Roma "La Sapienza", Direttore del Centro Studi Psicologia e Letteratura, Roma

 
Vi sono fiabe che si tramandano per generazioni, vi sono storie che la cultura amplia e modifica e che mantengono non soltanto un fascino profondo che rapisce e coinvolge, ma anche una struttura tematica sostanzialmente costante. Da questa evidenza, la Psicologia Analitica ha proposto una possibile chiave interpretativa che tiene conto proprio del valore simbolico del contenuto fiabesco, soffermandosi in particolare sullo studio dei "temi". Essi, infatti, posseggono un sostrato comune, un'appartenenza condivisa, che affonda le sue radici in quell'inconscio collettivo dal quale le immagini traggono ispirazione. Tuttavia, proprio il riproporsi in spazi e tempi distanti e differenti dei medesimi temi è ciò che per Jung rappresenta l'emergere dell'archetipo nella struttura fiabesca. E' così che la fiaba si configura come un precipitato, arricchito o svilito che sia, di un tema originario che molto spesso trae origine da un'esperienza reale. Reale, ma di un’intensità conoscitiva tale da avvicinarsi, per affinità, alla simbologia del mito, finendo, in questo modo, per arricchirsi ed ampliarsi. Ciò accade perché alla base, al cuore della struttura della fiaba stessa, vi è quel "tema" che attiene strettamente all'esperienza del sentire umano. Che, nel suo intimo, è invariante e generalizzabile. 

La Fiaba tra Immaginazione, Affabulazione ed Io Na...

La Fiaba tra Immaginazione, Affabulazione ed Io Narrante

Prof. Vezio Ruggieri, titolare di Psicofisiologia Clinica, 1° Facoltà di Psicologia, Università di Roma “La Sapienza” , Direttore Master Arti-Terapie ad Orientamento Psicofisiologico 

La funzione della fiaba consiste nel far vivere, attraverso processi immaginativi eteroindotti, esperienze che si collocano in un contesto diverso dalla così detta vita reale. Però, partendo da un'analisi dei meccanismi propri dell'immaginazione, l'autore considera le differenze che esistono tra le forme d’immaginazione che svolgono una funzione insostituibile nell'organizzazione del presente cosiddetto reale e forme d’immaginazione proprie di una dimensione puramente fantastica ed irreale. Pertanto si considera il ruolo della fiaba nello sviluppo maturativo dell'Io indicando i diversi livelli di organizzazione funzionale che l'auto-rappresentazione immaginativa svolge. Tra questi emerge una funzione propria dell'io chiamata "Io Narrante", che intreccia auto-rappresentazioni ed attività in un'unica tessitura che definisce e stabilizza dinamicamente la struttura processo che chiamiamo Io.Infine si accenna ad un aspetto non irrilevante della narrazione delle fiabe quale quello dell'affabulazione che presuppone un dialogo caratterizzato non solo da particolari atteggiamenti espressivi del narratore, ma anche l'atteggiamento ricettivo e d'ascolto dell'interlocutore che si colloca a metà strada tra uno stato di coscienza ordinario ed uno di tipo suggestivo e vagamente ipnoide.    Nell’intervento è sottolineato l’aspetto “consolatorio” della fiaba nella sua dimensione psicodinamica. La drammatizzazione implicita nel tessuto narrativo è vista come modalità “consolatoria”, capace di esprimere conforto, sicurezza e protezione. In modo “allucinatorio” (come avviene nel sogno) si appaga un desiderio che nella realtà non sarebbe stato mai espresso. Il soggetto non è quindi fruitore “passivo”, bensì “elaboratore” dei vissuti intrapsichici che la fiaba attiva in lui. Capace di creare una fantasmatica potenzialmente integrante altre parti del Sé. Tutto ciò è possibile grazie ad al meccanismo specifico della “identificazione proiettiva”, identificato dalla psicoanalista Melania Klein, studiosa del gioco infantile. Attraverso questo meccanismo, il bambino trova in uno o più personaggi parti di sé in cui riconoscersi e/o alle quali attribuire pulsioni, idee, sentimenti che, come dicevamo, in un altro mondo non sarebbero stati esperiti e pertanto sarebbero rimasti nascosti.
   Questa capacità di coinvolgimento emozionale-conoscitivo profondo gli consente di “consolarsi”, in qualche modo offrendo la possibilità di creare ex novo un proprio mondo in cui trovare rassicurazione, conoscenza ed accettazione di sé. Possono così nascere altri personaggi che compensano parti avvertite come mancanti di sé, l’eroe, la fata e così via.; o al contrario egli può eludere situazioni vissute come angosciose, allontanandole da sé e riconoscendole come “cattivi”, persecutori, distonici con il proprio ideale, in un processo sano di elaborazione e lotta interiore e, quindi non di semplice rimozione-negazione. Il meccanismo “consolatorio” agisce quindi nel ridurre l’ansia del riconoscimento di parti “cattive” del Sé. La fiaba diventa, nel bambino, la possibilità di sfida all’adulto oramai incapace di profonde identificazioni emotive, diventa persino per lui un oggetto transizionale recuperato dalla propria antica storia che, contestualmente, modula ancora un armonico contatto con il reale.
Lo Spazio ludico e creativo dello Psicodramma

Lo Spazio ludico e creativo dello Psicodramma

Dott.ssa Sabina Manes, psicologa, psicoterapeuta, Presidente Associazione Culturale J. L. Moreno

 

Nelle fiabe agiscono animali, piante, cose, personaggi fantastici, ma in sostanza è raffigurata la vita stessa con le sue passioni, amori e difetti. La fiaba contiene la visione magica e animistica tipica dell’anima infantile dove il mondo della fantasia e del sogno sono veri quanto i fatti della realtà, dove gli animali parlano, gli oggetti hanno emozioni, i desideri hanno il potere di cambiare gli eventi. Con le fiabe si può sognare, soffrire, gioire, misurarsi con realtà interna ed esterna. Con le fiabe si può giocare: si possono inventare, rielaborare, drammatizzare o cambiare i finali. La spontaneità e la creatività che sono alla base dello psicodramma, si coniugano bene con la libertà delle fiabe; utilizzate nello psicodramma sono un ottimo strumento per interpretare i vissuti di chi le agisce. La libera scelta dei personaggi di una fiaba, infatti, consente all’osservatore un immediato riscontro di come il soggetto percepisce se stesso e i sentimenti che lo animano. Una persona che sceglie di essere la sorellastra di Cenerentola, ad esempio, può desiderare mettere in scena una sua personale rivalità fraterna. Così come chi sceglie il ruolo di nano nella favola di Biancaneve, può esprimere una sua sensazione di incompiuto, dimezzato. La persona Pollicino è di certo colei che si sente, insicura, in stato di bisogno per un antico rifiuto subìto nell’infanzia. Nello psicodramma con i bambini non è importante mettere in scena un’intera fiaba. Si potrebbe cadere, così, in un’inutile recita. E’ interessante, ad esempio chiedere loro quale parte della fiaba è importante mettere in scena. Quel determinato episodio scelto sarà carico di significati per il soggetto. Talvolta il bambino tende a ripetere continuamente e nel tempo uno stesso gioco. Ci sono bambini che in terapia per un’intera ora replicano numerose volte uno stesso episodio di una fiaba. E’ utile per il piccolo questa coazione a ripetere: in tal modo egli ricrea, attraverso il simbolismo del gioco, un evento o un’esperienza dolorosa o spiacevole. Per Freud è un ripetere il rimosso per superare l’esperienza traumatica. Il bambino nel gioco ripetitivo domina e controlla l’evento che lo ha turbato: diventa attivo invece di essere uno spettatore passivo e impotente della realtà. Nell’azione drammatica si agiscono paure, aggressività, gelosie, ansie. Si entra in contatto con le proprie emozioni, antiche come l’uomo.     
Attraverso le fiabe è possibile mettere in gioco i propri sentimenti senza la paura di svelarsi completamente. Si potrà agire in un mondo fantastico che è poi quello della realtà quotidiana. La messa in scena delle fiabe è rassicurante e liberatoria perché lo psicodramma dà l’opportunità di controllare e dirigere la drammaticità degli eventi potendoli modificare a piacimento attraverso l’azione.
Il Potere Consolatorio della Fiaba

Il Potere Consolatorio della Fiaba

Prof.ssa Pasqua Leone, titolare di Psicologia Generale, 1° Facoltà di Psicologia, Università di Roma “La Sapienza”

 
Nell’intervento è sottolineato l’aspetto “consolatorio” della fiaba nella sua dimensione psicodinamica. La drammatizzazione implicita nel tessuto narrativo è vista come modalità “consolatoria”, capace di esprimere conforto, sicurezza e protezione. In modo “allucinatorio” (come avviene nel sogno) si appaga un desiderio che nella realtà non sarebbe stato mai espresso. Il soggetto non è quindi fruitore “passivo”, bensì “elaboratore” dei vissuti intrapsichici che la fiaba attiva in lui. Capace di creare una fantasmatica potenzialmente integrante altre parti del Sé. Tutto ciò è possibile grazie ad al meccanismo specifico della “identificazione proiettiva”, identificato dalla psicoanalista Melania Klein, studiosa del gioco infantile. Attraverso questo meccanismo, il bambino trova in uno o più personaggi parti di sé in cui riconoscersi e/o alle quali attribuire pulsioni, idee, sentimenti che, come dicevamo, in un altro mondo non sarebbero stati esperiti e pertanto sarebbero rimasti nascosti.
Questa capacità di coinvolgimento emozionale-conoscitivo profondo gli consente di “consolarsi”, in qualche modo offrendo la possibilità di creare ex novo un proprio mondo in cui trovare rassicurazione, conoscenza ed accettazione di sé. Possono così nascere altri personaggi che compensano parti avvertite come mancanti di sé, l’eroe, la fata e così via.; o al contrario egli può eludere situazioni vissute come angosciose, allontanandole da sé e riconoscendole come “cattivi”, persecutori, distonici con il proprio ideale, in un processo sano di elaborazione e lotta interiore e, quindi non di semplice rimozione-negazione. Il meccanismo “consolatorio” agisce quindi nel ridurre l’ansia del riconoscimento di parti “cattive” del Sé. La fiaba diventa, nel bambino, la possibilità di sfida all’adulto oramai incapace di profonde identificazioni emotive, diventa persino per lui un oggetto transizionale recuperato dalla propria antica storia che, contestualmente, modula ancora un armonico contatto con il reale.
Le Fiabe e la Storia

Le Fiabe e la Storia

Franco Pitorri, già Generale P.S., Coordinatore sezione Storia e Psicologia di Hypnodrama.it   


Per favola, comunemente intendiamo un racconto allegorico di cose non reali, inventate allo scopo di intrattenere l'uditorio, educare, o rendere attuali eventi accaduti nella notte dei tempi. Per risalire all'origine della favola è necessario basarci sulle fonti scritte pervenuteci dall'India, come  documentato nelle raccolte dette Panciatantra ed Hitopadesha, dalla letteratura greca e da quella latina. La produzione favolistica araba, iniziatasi con la caduta dell'Impero Romano d'Oriente, trova l'espressione più viva nella raccolta de "le mille ed una notte". In occidente la favola aveva in origine un accentuato sfondo morale con caratteri fantastici; Esopo con Fedro possono esserne considerati i padri, anche se elementi favolistici non mancano in Omero, Erodoto, Esiodo, Babrio e Luciano.
Etimologicamente, il termine favola deriva dal verbo latino fari, che  significa parlare e, quale forma espressiva, ha sempre trovato posto nella letteratura d’ogni tempo con contenuti,  fantastici, satirici o drammatici. Anche i grandi miti  delle differenti civiltà costituiscono una forma di "fabulare" della cultura, estremamente intricata con le sue regole, leggi, usanze e costumi, dunque "metriche" storiche, mentre la psicologia del profondo ne tenta di spiegare le radici e le forme ontologiche. In questo senso le "favole della storia", come l'arte, hanno il senso "consolatorio" di non lasciare l'uomo nella desolata immanenza del suo presente, di restituirlo ad una umanità che ha già visto, toccato, ascoltato. 

La Fiaba come percorso di elaborazione del disagio...

La Fiaba come percorso di elaborazione del disagio giovanile

Dott.ssa Loredana Petrone, psicologa, psicoterapeuta, Ricercatrice Cattedra Medicina Sociale, Università di Roma “La Sapienza”, membro CD SIISCA

Il "C'era una volta..." apre le porte a paesi lontani, a tempi diversi, ad un tempo che non ha tempo, a situazioni dove reale e fantastico permettono di osservare la realizzazione dei vari passaggi della dimensione più consona al genere umano: il crescere, inteso come superamento delle varie difficoltà nel processo evolutivo.Le fiabe riproducono tappe fondamentali dello sviluppo individuale e divengono metafore della storia dell'umanità, delineando mondi e scenari in cui è possibile proiettare e far interagire paure, ansie, personaggi, conquiste, dilemmi e gioie. Le fiabe diventano, quindi, uno strumento potentissimo per superare paure e disagi.La paura fa parte dell'esperienza dell'uomo sin da piccolo e la fiaba diventa elemento per il superamento della stessa attraverso il lieto fine. Il disagio, invece, è rielaborato grazie alla figura dell'eroe che supera in tempi successivi, molte prove, connesse ad aspetti differenti della vita e pian piano arriva alla maturità. Il futuro non è un blocco compatto da possedere o da cui essere schiacciati: è una montagna che deve essere scalata superando prove diverse, dalla paura del vuoto al vincere la sete. 
Le fiabe indicano la via del superamento degli ostacoli: come affrontare i vari passaggi, come non temere la nostra ombra che, oscura compagna, si accentua proprio quando siamo più vicini alla luce.Sin dalla notte dei tempi erano note agli uomini le potenzialità insite in storie e racconti. Da sempre sappiamo quanto una narrazione possa lenire il dolore, ridurre l'ansia, scacciare le paure, stimolare forza e volontà. Per questo le fiabe costituiscono un mondo parallelo nel quale ognuno può, a suo piacimento, riposare, riflettere e divertirsi.Il raccontare diventa, dunque, un atto preventivo, perché metaforizzando il disagio, fornisce indicazioni su come riconoscere ed evitare inutili rischi. Addentrarsi nel mondo delle favole è paragonabile alla scoperta dei misteri di una bottega d'antiquario. Il pungente profumo della cera, accompagnato dall'indefinito aroma del tempo, la carezza degli antichi velluti, i delicati ricami delle radiche sfumate, il contrasto di fregi, maniglie d'oro lucente e l'opacità di legni che le esaltano... Tutto è immerso in una magica atmosfera! Tutto attiva antiche risorse e nuove capacità...!

I “Bambini Volanti”: un personaggio fantastico

I “Bambini Volanti”: un personaggio fantastico

Dott.ssa Maria Luisa Pasquarella, Dottoranda di Ricerca in Scienze dell’Educazione, docente e tutor in Master Europeo in Educazione Sanitaria e Promozione alla Salute, Università di Perugia, docenti corsi SIISCA-Hypnodrama.it
 
La fiaba, le storie fantastiche, la fantasia e l’immaginazione costituiscono forti potenziali che non si limitano al solo scopo ludico-ricreativo, ma possono concorrerete a rafforzare percorsi educativi e, come emerge dall’esperienza che riportiamo, a favorire l’effetto “placebo”: l’influenza positiva che ha lo stato psichico del bambino quando si trova ad affrontare una patologia.
L’esperienza ha preso avvio da una serie di spettacoli di burattini prodotti ad hoc dal TIEFFEU –Teatro di Figura Umbro- nelle strutture day hospital di Pediatria dell’Osp. di Perugia.Gli spettacoli avevano inizialmente un valore ricreativo, ma si è subito notato che i bambini riuscivano, attraverso i burattini, ad esprimere ansie e paure rispetto alla malattia in corso ed all’ospedale, fantasie che non trovavano una adeguata espressione nella comunicazione verbale o scritta; erano, quindi, attività che, in un contesto di bisogno diventavano “terapeutiche”, perché generavano un calo della tensione emotiva ed un tentativo di rielaborazione dell’esperienza totale in quel posto. Quando un bambino viene ricoverato, infatti, è come se venisse portato nel “bosco”, lontano dall’ambiente famigliare, dalla sua rete relazionale, dalle sue abitudini, da quel mondo noto che racchiude tutte le sue sicurezze ed il senso positivo della sua esistenza. L’ospedale, allora, si può connotare di aspetti minacciosi, il “bosco” può nascondere insidie, al su interno è difficile orientarsi, è uno spazio ignoto, popolato da personaggi che si vivono come “persecutori”.
Si è deciso di introdurre in reparto un personaggio misterioso, Babibò, interpretato da un attore del TIEFFEU, costruito sui disegni realizzati precedentemente dagli stessi bambini. Babibò inizia il suo rapporto con i piccoli pazienti stabilendo con loro una relazione segreta e rassicurante. L’analisi dei materiali prodotti dai bambini (supervisione del servizio di neuropsichiatria infantile dell’U.P.I di Perugia), ha permesso di tracciare uno scenario comune di fondo relativo ai bisogni dei bambini ospedalizzati. Il personaggio fantastico si delinea come una identità dal duplice aspetto: a) è un altro da sé, che permette di raccontarsi, di parlare dei propri desideri e delle proprie paure, distanziandosi dal sé, dunque una sorta di positiva proiezione liberatoria; b) è come un sé, malato e sofferente, che rivive le stesse esperienze dei bambini ricoverati, al punto di ammalarsi egli stesso per giocare con i pazienti. La formula di Babibò, che rievoca la presenza del personaggio quando i bambini ne sentono la necessità, è un espediente davvero significativo, perché è attraverso il linguaggio che il piccolo ricoverato può distanziarsi da una realtà di disagio – nel passaggio dalla dimensione reale a quella fantastica-, traendo dalla fantasia un sostegno ed una speciale consolazione.
I rapporti con la struttura nel complesso e con i sanitari in particolare risultano allora più umanizzati. La terapia è meglio individualizzata, perciò si conosce meglio il bambino da un punto di vista emotivo e si possono collocare i sintomi in un contesto più globale e tuttavia personalizzato. La struttura sanitaria gradualmente acquisisce consapevolezza che il concetto di cura, in una pediatria moderna, non può essere più inteso solo come “somministrazione di terapia in relazione ad una diagnosi”, ma è necessario avvalersi dell’apporto delle scienze umanistiche.
Psicofisiologia dell’ascolto fiabesco: il potere d...

Psicofisiologia dell’ascolto fiabesco: il potere dell’Immaginazione

 

Dott.ssa Sara Della Giovampaola, Psicofisiologa Clinica, Cattedra di Psicofisiologia Clinica, 1a Facoltà di Psicologia, Università di Roma “La Sapienza”

 

Un aspetto specifico del "potere" della fiaba è legato al processo psicofisiologico che la narrazione accende nell'ascoltatore. L'intervento mette a fuoco questo fenomeno di contatto acustico col narratore, per entrare poi in merito al rapporto fra affabulazione e processi immaginativi e fra questi e le emozioni.
L’interpretazione della fiaba come traduzione della storia in linguaggio psicologico è a oggi un aspetto della psicologia molto vasto e ricco di contributi. Dal nostro punto di vista psicofisiologico essi sono tutti veri e plausibili. La nostra operazione consiste non tanto nel fornire un’ulteriore lettura delle fiabe ma nell’inquadrare la fiaba e le sue interpretazioni secondo una teoria unificante che tenga conto di diversi livelli. Per spiegare infatti che fenomeno sia una fiaba bisogna a monte spiegare quali meccanismi psicologici sottendano e stimolino il fenomeno narrativo. E se la fiaba è narrazione di emozioni, bisogna che la stessa griglia di osservazione ci fornisca anche un modello delle emozioni. E se la fiaba è un insieme codificato ed elaborato di emozioni bisogna che lo stesso modello ci spieghi come un’emozione si trasforma in simbolo, ci descriva cioè il processo di semantizzazione. E se la fiaba non è solo un prezioso prodotto di complessi processi psicofisici individuali e collettivi stratificati nel tempo, ma è anche un prezioso  strumento che rinasce ogni volta che qualcuno la riascolta bisogna che lo stesso modello ci spieghi anche quel processo inverso che dalla decodificazione dello stimolo (acustico se la fiaba è ascoltata o visivo se è letta) porta all’esperienza estetica globale in cui fiorisce il piacere della narrazione.

 

Hypnodrama.it ringrazia il M.A.T, nella persona della Direttrice, dott.ssa Massari, e l'ufficio tecnico per la gentile concessione delle illustrazioni a commento del Convegno "Il Potere delle Fiabe". Esse sono state tratte dal volume "I Racconti delle Fate, ovvero Novelle estratte dalle Antiche Leggende" a cura di Cesare Causa, Adriano Salani Ed., 1884 Firenze. Vietata la riproduzione anche parziale del presente materiale, coperto da copyright.
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EFFETTO TECNO-DIGITALE, UNA RIVOLUZIONE CULTURALE?
dr E. Gioacchini
 
La tecnologia digitale sta profondamente modificando la nostra vita sociale ed il modo di comunicare. Questa idea, espressa in tal modo, ci riconduce immediatamente alla vasta quantità d prodotti ed applicazioni tecnologiche che utilizziamo ogni giorno e che ci permettono di fare cose che prima, anche solo qualche anno fa, erano impensabili. Ma, meno formalmente, la rivoluzione culturale cui ci stiamo riferendo riguarda le modalità di pensiero della nostra mente. Abbandonata l’era analogica anch’essa dovrà apprendere a ragionare in termini di sequenze di 0 e 1? Le nostre senso-percezioni come reagiranno nei confronti di questa trasformazione? E sarà necessario creare una cultura della virtualità? Se i nostri “terminali biologici”, occhi, mani, udito, i nostri sensi, con il delicatissimo software cui sono collegati, il nostro cervello, acquisiscono questo maggior potere di manipolazione della realtà, anche se “virtuale”, sembra ovvio che l’equazione più spontanea dell’operazione scientifico-tecnologica in corso sia, più velocità di comunicazione, compressione, interattività, multimedialità, tecnologia digitale = benessere. Chi di noi non è rimasto affascinato da un video in 3D, su un grande schermo al plasma, che descriveva cose prima mai scritte su alcun libro? Nell’ambito delle Emerging Technologies, ad esempio segnaliamo The Walk Through Fog Screen, un’interfaccia realizzata per offrire all’utente un ambiente che appare come uno schermo di nebbia, attraversabile, sul quale saranno proiettate immagini e che troverà, secondo i costruttori, ambienti di applicazione tra i più vari, come centri commerciali, teatri, musei, parchi tematici, oltre che per l’utilizzo di effetti speciali. L’attrazione verso tutto ciò è forte, il fascino così intenso che c’è davvero il rischio di perdere quella preziosa funzione del “disincanto” che tanto è legata all’esperienza della vita reale dell’individuo. Dunque sembra che questa vertiginosa impresa tecnologica, che dall’analogico vira verso il digitale, ci faccia sognare di più ed al tempo stesso rischiare di restarci intrappolati dentro o tutto può essere ridotto alla storica desueta paura del nuovo?
 
 
L’immaginario tecnologico
 
Cerchiamo di porre un punto fermo: noi crediamo che l’immaginario tecnologico si sia così velocemente arricchito di dimensioni che non hanno dato la sufficiente capacità di metabolizzazione da parte dell’utente e delle istituzioni, tuttavia ponendo problematiche che vanno oltre a quella della manipolazione dell’immagine e della protezione del copyright. Stiamo, di fatto, ponendo l’accento sul fatto che la rivoluzione culturale in atto in questo campo e, più in generale, nell’ambito della riflessione sulla scienza ed i suoi mezzi, non è separabile da quello che potrebbe stare per accadere nelle nostre menti e nei suoi modelli di realtà. Non si tratta solo dei prodotti che la tecnologia digitale permette, ma dello stesso processo di distribuzione che ne diffonde l’utilizzo.
La realtà “virtuale”, è sempre esistita, giacchè l’immaginale della cultura si è nutrito dei sogni dell’individuo, come dei gruppi, delle loro aspirazioni e fantasie, lo ha realizzato attraverso le immagini oniriche, i misteri dionisiaci, i sogni dell’arte, come grazie alla stimolazione delle droghe. Ma qui deve essere posto un distinguo fondamentale: il fatto che un mio cliente visualizzi nella trance ipnotica qualcosa che effettivamente non c’è di fronte a lui e reagisca in termini d’assoluta fedeltà agli stimoli “virtuali” che riceve, può davvero essere paragonato all’illusione di un gioco in 3D, dove il partecipante è immerso con cuffia occhiali, casco, guanti su una poltrona multisensoriale interattiva? Nel 1996, il sociologo francese Jean Baudrillard (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà? 1996) ha definito il furto della realtà -la tendenza della realtà a sparire davanti ai nostri occhi- “il crimine perfetto”; infatti la mente moderna, tecnologizzata, non si limiterebbe ad accettare la realtà virtuale, ma arriverebbe a preferirla.
 
 
Coscienza ed utilizzo della tecnologia
 
Il fatto che esista un mondo che funziona attraverso delle reti elettroniche diffuse su tutta la superficie del pianeta, capaci di una costante interattività, con la promessa di una nuova plurisensorialità (ad esempio, le e-mails profumate sono una realtà della TriSenx Olding che, per meno di 300 dollari vende già un kit per inviare e ricevere e-mail profumate o per arricchire il proprio sito web) implicano contraddittorie dimensioni psicologiche, potenzialmente persecutorie ed insieme legate al piacere dell’uso di questi mezzi che necessitano di una rimeditazione di quanto sta avvenendo nella interazione mente umana-supporto tecnologico. Del resto, basti pensare come spesso questo luogo virtuale di funzionamento della nostra mente, che si aggira estendendosi su terminali elettronici, potrebbe costituire la subdola fuga da una realtà che invece pone gravi minacce alla vita delle comunità su questo pianeta, in termini di sistemi bio-ecologici, come di dinamiche sociali, ad esempio guerre e terrorismo. Un piccolo esempio di quanto stiamo dicendo: siamo in grado, insegnanti ed educatori, di spiegare ad un giovane studente la differenza tra un sistema vivente ed un apparato che simula la vita biologica, un piccolo robot, a forma di mosca, molto realistico, che vola, registra, si autoalimenta con cellule solari, ed è programmato per autodiagnosticarsi e proteggere la propria “sopravvivenza”?  
Personalmente io ho provato a farlo con il mio Andrea ed ho avuto la seguente risposta: “Papà, ma ho letto su internet che anche noi abbiamo un codice genetico che ci programma”. E sapete, al mio ingenuo incalzare che “una cosa è la vita biologica ed un’altra un apparato meccanico che vive di trasmissioni elettromagnetiche”, egli ha risposto candidamente, ma profondamente certo di quello che ha letto e visto sullo schermo piatto del suo pc: “…ma sai, prima o poi si arriverà a costruire anche delle memorie biologiche” e probabilmente il giovane cybernauta ha ragione! E poi ancora: nell’attuale programmazione del ciclo elementare della scuola è stato intelligentemente introdotta come materia anche quella sull’uso del computer ed i rudimenti del suo linguaggio, ma è stato previsto che l’insegnate, oltre alle modalità di connessione alla rete, spieghi ai giovani quali sono le differenze tra l’utilizzo di certi strumenti tecnologici, digitali, e quello di facoltà che sono in dotazione naturalmente a ciascuno di noi, analogiche?
 
 
L’impatto tecnologico e la psicologia
 
Spostiamoci ora sull’adulto, che tuttavia sappiamo avere immagazzinato abbastanza memoria “analogica” per resistere forse alla tentazione di lasciarsi irretire irrimediabilmente dalla virtualità, se non altro per un background “materico” più importante rispetto al giovane e parliamo più specificamente della rivoluzione digitale. Torniamo indietro di 70 anni, nel Massachussetts, allo Smith College di Noarthampton. Un gruppo di soggetti adulti, in un’esperimento sulla percezione, vengono muniti di un di un paio di occhiali e gli viene chiesto di indossarli per parecchi giorni. Inforcandoli, ovviamente, essi si accorgono che le lenti, volutamente fornite, distorcono ciò che osservano: tutte le linee verticali, come i bordi dei muri o degli edifici appaiono curve. Il loro mondo, naturalmente, sembra uscito di forma: è una vera distorsione della realtà. Quello che lo psicologo James Gibson, che conduce l’esperimento, sottolinea importante è tuttavia il fatto che la mente, con il tempo, si adatti. Alla fine, i soggetti, nonostante le lenti indosso, arrivano a vedere “dritto”, ciò che dovrebbe essere percepito come “curvo” Ed ancora più straordinario, quando le lenti sono tolte, la mente compensa: le linee curve compaiono ancora, ma incurvate dall’altra parte! Lo scarto tra i due percetti, quello vero -ambiente distorto- e quello falsificato dalla mente –correzione percettiva-, viene trasportato in termini matematici di angolazione, una volta cambiata la variabile –dalle lenti a senza lenti di nuovo-. Questo esperimento ci dimostra però una cosa, non solo bizzarra, ma molto significativa: la volontà della mente di ignorare la realtà immediata in favore di un’altra realtà più importante.

A questo proposito Richard Degrandpre, professore esterno presso il St. Michael’s College nel Vermont,recentemente ha affermato che “La nostra percezione della realtà, in qualsiasi dato momento, deriva da qualcosa di molto più grande di un semplice input sensoriale diretto: nasce da un’esperienza cumulativa che ha lo scopo di adattarsi alla realtà più importante del momento, che quest’ultima sia materiale o artificiale, reale o virtuale, morale…omissis…la nostra percezione della realtà, in qualsiasi dato momento, deriva da qualcosa di molto più grande di un semplice input sensoriale diretto: nasce da un’esperienza cumulativa che ha lo scopo di adattarsi alla realtà più importante del momento, che quest’ultima sia materiale o artificiale, reale o virtuale, morale o amorale”. Persino la memoria può essere coinvolta in questo anomalo processo di rimediazione della nostra sensorialità, vediamo come. Lo stesso autore ha descritto una sua esperienza in cui, alla visione di un vecchia pellicola degli anni ’80 -Michael Mann, Manhunter, del 1986-, molto lontana dalle possibilità di riproduzione sonora e visiva offerte oggi dal digitale, nonostante la cattiva qualità del sonoro, senza volerlo, metteva in atto un processo di mentale “rimasterizzazione” del prodotto, arrivando a percepire alcune scene con la sonorità dei più moderni apparati e sistemi dolby- surround. Egli testualmente afferma: ”Compresi che la mia percezione di ciò che avrebbe dovuto assomigliare alla realtà era stata condizionata dall’irrealtà di molti film più recenti, dove ogni cosa è – e deve essere – più reale della realtà stessa”. Quanto dunque l’autore aveva visto negli ultimi anni con una tecnologia più sofisticata riusciva automaticamente a correggere nella mente quella che sarebbe stata una riproduzione scadente. Culturalmente sembra che, nel processo di rappresentazione, si stia sempre più passando da una fase di simbolizzazione ad una fase di iper-simbolizzazione in cui "l'immagine svolge fino in fondo il suo ruolo di simulacro" contribuendo a rendere sempre più sfumato il confine tra reale ed immaginario, tra attuale e virtuale (A. Piromallo Gambardella, 1993).
 
 
 I tranelli della tecnologia
 
Questo appena descritto, tuttavia, avviene anche in contesti più “naturali e proviamo ad osservarne qualche analogia e differenza. Nel setting psicoterapico, a proposito di lavoro con l’immaginale, esiste una metodica terapeutica, la “Tecnica del Sogno Guidato”, che utilizza la capacità propria della mente di creare immagini senza il ricorso alla percezione esterna, ma al serbatoio dove questa è stata immagazzinata in forma di ricordi. In questo caso, la mente vigile del soggetto è appunto guidata in un sogno dove, opportunamente, l’operatore introduce elementi “virtuali” atti a determinati scopi terapeutici, rivolti verso un “cambiamento” cognitivo.affettivo. In tali condizioni di lavoro della vita mentale, potenzialmente possono avvenire vere “correzioni” eidetiche ed emozionali di quanto, più o meno traumatico, il soggetto ha sperimentato nel passato o sta sperimentando nel presente. Il processo di elaborazione cognitivo ed affettivo che si attua in quel software fantastico che è il nostro apparato psiche-soma giunge dunque ad un trasformazione quasi strutturale del ricordo o dell’esperienza (ricordiamoci che la memoria, per grandi linee, possiamo dire che consista in allocazioni di complesse molecole proteiche sulle membrane dei nostri neuroni, in aree particolari del cervello), connotandola di ulteriori significati. E’ così che può essere potenzialmente corretta una fobia o un elemento conflittuale della vita del soggetto. Se ora stiamo parlando di psiche, a proposito di digitale, è perché essa costituisce l’altro termine di quel binomio che si realizza nel rapporto uomo-macchina.
L’immagine è qualcosa che somiglia –riproduce- una cosa. Se essa somiglia troppo poco, perde il rapporto con il referente che vuole riprodurre, ma se vi somiglia troppo, rischia, per un meccanismo agonista, di soppiantarla e le immagini digitali hanno la caratteristica di essere più “vere” di quelle reali che solo raramente ci ricordano di essere finte! Volendo estremizzare, lo stesso Freud affermava che la mente non fa differenza tra qualcosa avvenuto od anche solo intensamente pensato. Alla base di questo comportamento della mente vi è un meccanismo operante sino dalla più tenera età dell’individuo, essenzialmente di tipo imitativo, la “immedesimazione riproduttiva”; questa gli permette di interagire con l’ambiente, promuovere l’adattamento tra contesto interno ed esterno, tendendo alla complessità delle reti di connessione neurale e dei sistemi di controllo, nella finalità di un istinto di sopravvivenza ella specie. Ed è questo stesso meccanismo che emotivamente lega il soggetto all’oggetto della propria esperienza –nell’infante è addirittura un processo di incorporazione dell’oggetto-; nel corso della manipolazione o fruizione di realtà virtuali si genera una regressiva forma di gratificazione narcisistica, quale potere di esercitare un accesso a mondi dove la fuga dal quotidiano, e la virtuale correzione di questo, avviene al di fuori dei normali schemi di funzionamento sociale, con il rischio di pericolose dipendenze. Persino il fatto che queste applicazioni tecnologiche diventino sempre più “user friendly”, con cavi sostituiti da wireless, ecc., tende ad imbrogliare non solo il senso di quanto avviene, ma soprattutto di come. E’ proprio la funzione del “come se”, della “congetturalità”, quella che inagura lo spazio ludico dell’infanzia, semmai a non poter essere esasperata nella sua presenza, dove il contatto con reale risulti meno presente. Fenomeni psicologici del genere, infatti, sono già stati studiati in rapporto all’utilizzo della rete. L’oggetto viene a perdere gradualmente la sua referenzialità rispetto alle immagini che di esso possono essere prodotte, in un processo che promette una ricostruzione più “gloriosa”, sfavillante di pixel luminosi: ”Il mondo virtuale è composto da elementi di grafica e di suono tridimensionali e non è pre-registrato: viene generato dal computer in tempo reale. L'utente può attraversare il mondo virtuale e interagire con gli oggetti in esso contenuti: in base alle azioni dell'utente, ovvero allo sguardo, alla direzione del movimento e agli oggetti manipolati, le immagini rispondono in modo coerente. Le esperienze di realtà più efficaci pongono l'utente in tale vicinanza con i dati da far dimenticare facilmente il mondo reale” (L. Jacobson, 1994).
Questo cui si è accennato è un processo storico da sempre in atto; ma crediamo che in questa funzionalità dell'oggetto, dunque "legata alla possibilità (...) di diventare elemento di gioco, di combinazione, di calcolo in un sistema universale di segni" (J. Baudrillard, 1968), l’attuale modalità di elaborazione dell’immagine abbia preso il sopravvento, senza prepararci, quando nella stessa cultura l’oggetto stesso è destituito dal ruolo di garante l’autenticità.
 
 
Televisione e Cinema Virtuale
 
Così, ad esempio, l’iperspazio virtuale di un film si presta a immedesimazioni in termini di virtualità sonora e visiva, che presto si prospetta possano diventare multisensoriale, che vanno oltre quella squisita qualità che da sempre ha avuto il cinema, cioè la capacità di mentire attribuita alle sue immagini ed al loro uso artistico, e questo non è riducibile solo in termini di stimolazione percettivo-emozionale. Quello che si immagina possa avvenire è il passaggio del cinema e della narrativa da luogo di fruizione di “visioni” a quello di “vissuti”.
Gianni Canova, nel 2001, in un’intervista televisiva con un gruppo di studenti liceali, a proposito di “cinema reale e cinema virtuale” testualmente afferma: “E’ stato calcolato che nel Medioevo, un uomo qualunque entrava in contatto con qualcosa come quaranta immagini artificiali nel corso della vita; per quaranta immagini artificiali intendo un dipinto sulla volta della cattedrale o le miniature sulle pergamene o sui libri a stampa…cioè artefatti visivi progettati per comunicare qualcosa. Oggi, un qualunque uomo medio, uno qualunque di noi, entra in contatto con qualcosa come quattrocentomila immagini artificiali ogni giorno….Questo vuol dire che in un arco di tempo relativamente breve dal punto di vista dell’evoluzione della specie –pochi secoli- il nostro apparato percettivo e, in particolare, il nostro apparato visivo ha subito e sta subendo una mutazione di proporzioni colossali, i cui effetti sono ancora da verificare”.
Due accenni a recenti realizzazioni tecnologiche in tema di proiezione cinematografica per dare l’idea di quello che sta per avvenire e che prelude all’ingresso percettivo, plurisensoriale dello spettatore nella storia narrata. L’IMAX 3D Dinamico trasforma la visione in un’esperienza davvero inverosimile, avremmo detto qualche anno fa. Il film sembra correre verso lo spettatore e questi, grazie al movimento, ha l’idea di tuffarsi nelle immagini. Lo schermo OMNIMAX, invece, ha la forma emisferica; 270 gradi di visione con equidistanza da tutti i punti dello schermo all’obbiettivo del proiettore e sembra soddisfare le ambizioni di registi come Greenaway che sognano l’immersione totale dello spettatore nel tessuto della proiezione o i giochi delle immagini dentro le immagini come l’attuale tecnologia digitale gli ha ad esempio consentito nell’ultimo film “I Racconti del Cuscino”. Rivolgendoci invece ad applicazioni commercialmente accessibili al grande pubblico, esiste il Display Stereo DPL, un sistema di proiezione completamente digitale, sviluppato nel 1999 dalla Texas Instruments. Esso permette una definizione delle immagini che restituiscono fino al più piccolo dettaglio della registrazione del soggetto.
 E’ fuori d’ogni dubbio che la televisione ed il cinema si stiano proiettando nelle direzioni qui appena accennate, promettendoci una spettacolarità della visione e partecipazione assolutamente senza precedenti, che capovolgerà le funzioni del ruolo spettatoriale.
Del resto, proviamo per un attimo a spostare l’ottica di tali realizzazioni digitali del settore cinematografico, dal fruitore al comparto di coloro che vi lavorano. Cosa è cambiato e cosa sta cambiando? Praticamente tutto dei tre passaggi del ciclo di vita di un film: girare, montare, proiettare. Il secondo è da tempo digitale, il primo lo va diventando sempre più spesso e il terzo, decisivo per la vendita, sta imboccando la strada dei bit. Anche se poi le problematiche tecniche ed economiche che lo stesso digitale prospetta, a fronte di tanta esaltata facilità d’uso e contrazione di costi, sono davvero complesse. Il set è, tuttavia, in via di trasformazione, oscillando tra ambienti di ripresa classici e stanze dei bottoni, dove effetti e registrazioni speciali scompongono gli oggetti ripresi, li riassemblano attraverso spettacolari percorsi digitali. Il lavoro creativo si sposta, dunque, sempre più dal set, per occupare spazi virtuali di creazione e manipolazione delle immagini, come anche gli attori si abituano ad un ambiente di ripresa assai diverso da quello che siamo stati abituati ad immaginare e spiare sulle strade sino ad oggi.
 
 
Cinema ed Arte Digitale
 
Senza voler assolutamente proporre alcuna “caccia alle streghe”, quello che a noi preme sottolineare fondamentalmente è che in questa rincorsa tecnologica l’asse antropocentrico dell’’uomo sia costituito dalla presunzione narcisistica di poter ricreare una realtà, dietro l’ingenua scusa di farlo solo per conoscerla o per offrirla migliore nella finzione scenica (cinema e televisone); potremmo chiamarlo laicamente, un secondo peccato originale, dopo quello compiuto nei confronti del dominio delle forze presenti nella natura, proprio del positivismo, ed ancora in atto. Se così fosse, vi sarebbe il pericolo che quel che Marta Bentham denomina come “base poetica della mente” possa smarrirsi in universi paralleli senza contatto sufficiente con quello in cui siamo generati, perdendo quella capacità che va oltre la produzione e la moltiplicazioni delle immagini, ma si riferisce alla ricezione, all’ascolto, riconoscendovi anche l’Arte. La nostra mente possiede, e lo ha dimostrato costantemente nel corso della storia, una capacità plastica di modellarsi, adattandosi a condizioni e situazioni diversissime, di credere al “come se” ed ad aver paura del proprio doppio solo se non totalmente esposta a queste situazioni. Per questo processo, abbiano sempre goduto di tempi di adattamento più lunghi di quanto stia avvenendo oggi, dietro la spinta di un mercato che poco può meditare su questo, anzi non ne è deputato; mentre l’esposizione a nuove forme di stimolazione sensoriale sembra superare l’apparente tollerabile per il nostro sistema psico-recettivo, con significativi fenomeni di distress. L’Arte, ad esempio, sino ad oggi tradizionalmente ha costituito un’oggetto analogico, utilizzando alcune categorie specifiche, quali il soggetto, l'espressione, la creatività, lo stile.  
L’elemento di mediazione tra la realtà e l’uomo, in generale, non può essere costituito prevalentemente da un apparato fisico che interfaccia il nostro pensiero, così come quest’ultimo ha bisogno del dubbio, funzione categoriale diversa dalla stima statistica nelle sequenze dello 0 e dell’uno. A tale proposito, può essere utile ricordare come Freud, alla lusinga offerta dai Surrealisti alla sua psicanalisi, quando celebravano l’arte come espressione diretta dell’inconscio, opponesse, invece, uno sdegno, perché egli pensava che tra il serbatoio delle nostre più profonde energie e l’espressione artistica esista una “velatura” che dà senso, un campo, dunque, indefinito e personale che non è riproducibile o semplicemente dicibile in termini di pulsione e percezione. E, se riflettiamo bene, sino a non molto tempo fa, il massimo prodotto eidetico della mente era costituito solo dall’arte. Oggi, persino questa non può essere schiva al fascino del mezzo digitale, sino a configurare, come afferma Joseph Squier, una vera e propria "infatuazione tecnofila per gli strumenti". Si tratta di un problema alquanto datato ma tuttora attuale e riteniamo, per quanto riguarda l’arte ed i suoi supporti espressivi, valida la risposta di Bertold Brecht, secondo il quale, l'arte non è uno specchio con cui riflettere la realtà, ma un martello con cui darle forma.
Se qui si sollecita una riflessione epistemologica e sul valore aggiunto che queste tecnologie permettono di conquistare è anche vero che, ad esempio, il dibattito sul cinema e la televisione digitale coinvolge anche notevoli pregiudizi culturali da parte di molti, professionisti e non, oltre che interessi economici. Eva Perasso, sulle pagine del Manifesto, nel 2001, scrive: “I nostalgici della pellicola sono ancora molti, mentre c'è chi si lancia in ambiziosi progetti in formato tecnologico, come Ettore Pasculli che ha preparato il primo film italiano interamente in digitale, "La fabbrica del vapore". Per i sostenitori del vecchio cinema, valga ciò che ha dichiarato a Freedigital Giuseppe Tornatore: Non bisogna confondere la fine di un sistema tecnologico con quella di un codice espressivo, di un'arte".