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Le PIECES DELL'ATELIER

    L'Atelier di Drammaterapia Liberamente intende il percorso drammaterapico quale processo di crescita della autonomia e libertà di espressione del soggetto nel contesto della formazione attoriale. Le performances finali che seguono l'iter formativo costituiscono, quindi, l'apice di quel percorso che sposa il copione alla interpretazione nell'autenticità del personaggio-attore.  Le pieces dell'atelier sono momenti conclusivi e celebrativi di quanto si è appreso e che appartengono al più ampio capitolo del teatro, dove il rapporto con l'altro (pubblico) ratifica i processi e gli fornisce emblematico svolgimento sulla scena esibita. 
    Dove l'essenziale diventa pungente provocazione al cambiamento (Grotowsky). E.G.

"il fissatigre" giugno 2006

        Il Fissatigre
        Riduzione Drammaterapica in atto unico 
        da"Il Fissatigre" di J. Cortazar, Storie di Cronoipios e Famas
        E. Gioacchini

...il fissaggio della tigre...

"Neko, il Terzo ed il Quarto Familiare, percorrono frettolosamente la sala, verso il fondo e di lì, con enorme fatica, trasportano al guinzaglio la Tigre dentro la Casa, avvalendosi di una frusta e di una sedia a protezione. La Tigre è inquieta, impaurita, ogni tanto manda ruggiti e per i tre familiari non è affatto semplice condurla in quel luogo chiuso. Nella Casa, il resto dei Familiari, visibilmente impaurito si dispone sul fondo nella zona opposta al Fissatigre. Il Primo Familiare è costretto ad urlare di stare calmi ed immobili ed insieme al Sesto Familiare si dispone alle spalle del Fissatigre per fissare meglio la Tigre. Anche il resto del gruppo dei Familiari partecipa alla delicata operazione intonando una nenia rituale. La Tigre si ribella ed assale improvvisamente il Quarto Familiare, ma la pronta reazione di Neko e del Terzo Familiare salvano quello dalle fauci della Tigre. E’ dato il “via” ad alcuni del Pubblico che forniscono cautamente dei lumini i Familiari. I lumini sono posti a semicerchio ed accesi quasi tutto intorno alla Tigre che, finalmente domata dal Fissatigre ora e “fissata”. Insieme allo sguardo del Fissatigre e della Tigre anche tutta la Famiglia è fissata su quella scena. Qualsiasi incauto movimento o suono potrebbe distrarre la Tigre dal Fissatigre e potrebbe essere Tragedia! Tutti sono immobili, perfettamente immobili e restano così per qualche minuto, sul sottofondo di un commento sonoro che va a scemare. Intanto sul volto di tutti si dipinge lentamente un sentimento ineffabile di piacere ed esaltazione: i volti tendono a sollevarsi un poco dallo sguardo sulla scena, mentre la Tigre si accascia sul Pavimento completamente in trance. La farà leggermente sussultare il proiettile soporifero che Poldo le sparerà per addormentarla completamente e renderla innocua. Il Terzo Familiare spegnerà, soffiandoli, i lumini".
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"barbableu", dicembre 2006

"barbableu", dicembre 2006

Barbablue
Riduzione Drammaterapeutica in quattro atti
         dalla favola Barbableu di Jaques Perrault
E. Gioacchini 

REBECCA: Rebecca, si fermò a riflettere.
Che male c’era ad aprire una porticina segreta della quale le era stata data anche la chiave! Si è vero, con quella anche la proibizione di accedervi, ma in fondo, pensò tra sé, era pur sempre una stanza del palazzo del suo principe, dove lei stessa abitava Se davvero egli avesse avuto intenzione di proibirgli quell’ingresso, avrebbe dovuto proteggere meglio i suoi segreti. Mentre la sua mano girava già la chiave nella toppa, il dubbio la fece sussultare di nuovo e rallentò il gesto della mano sulla maniglia, prima che la porta si aprisse. 


 
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Se ne sarebbe accorto, sì senz’altro. Al suo ritorno tutto sarebbe stato scoperto, una piccola chiave per un grande segreto, proprio questo avrebbe dovuto pagare. Quella torva minaccia suonava ancora nelle sue orecchie: “Guai a te se entrerai in quello stanzino: dovrai pentirtene amaramente…”. Rebecca sentì che era troppo tardi…, la porta cigolava, aprendosi, sui grossi perni arrugginiti del basso montante di legno .
 
        1° COMMENTATORE: A volte accade che i pensieri servano più a consolare che a dirigerci bene e così subitamente pensò: una sbirciatina veloce sull’uscio, magari il tempo di aprire e chiudere e poi…e poi i suoi passi erano stati più veloci d’ogni buon senso e prudenza e l’avevano già portata nel mezzo della piccola stanza buia. Il tempo di abituarsi alla luce e uno spettacolo orrendo si presentò davanti a suoi occhi. Si, perché dovevano essere state molti le paia di occhi che avevano furtivamente frugato l’oscuro di quel posto maledetto. Almeno a giudicare dalle numerose teste mozze accantonate da un lato, mentre sull’altro giacevano inerti i corpi insanguinati di alcune giovani donne.
 
CORO: (M4, 1,18 -> 1,22 min.) “Paura, paura, paura…”
 
1° COMMENTATORE: (M4, 1,24 -> 1,40 min.) Qualche attimo fermo, una voragine che inghiotte ogni controllo, dove la mente pensa da sola, senza aiuto da fuori, dipingendo scene ancora non consumate (Rebecca oltrepassa l’uscio) e Rebecca vide se stessa a terra. Poi l’urlo riecheggiò per tutte le stanze del palazzo e, come era uscito, rivenne aspirato in quel luogo oscuro.
 
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REBECCA: “Chiudete il sipario, cacciate gli spettatori! Essi hanno comprato la mia voce e la mia paura. Togliete loro la maschera dell’ascolto e fatene una veste che possa coprirmi! Sapranno sopportare il mio destino? O usciranno di scena, protagonisti sui palchi, avvoltoi disposti a lasciare la preda a recitare da sola, se a ghermirmi è la mia stessa vita? Madre, padre…fratelli correte più forte, strappate la pagina di questo libro, che io possa sfuggire alla spietata ira del mio sposo! ” 

        3° COMMENTATORE: Margine zero. Rebecca, non si era mai data una possibilità terza. Essere sfrontatamente sicuri sul ciglio dello strapiombo più alto. Lì il gioco incosciente del rischio assicura salvezza e dominio perché audace, senza resa, a costo di precipitare. E lei, pensò per un istante, stava già precipitando. Tutto questo verso il basso era cominciato come uno scivolo poco declive, che promette emozioni e futuro. La povertà degli affetti...
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dentro le cose, che stringe lo stomaco e faceva battere le tempie nel chiaroscuro della sua infanzia, aveva ceduto alla lusinga del tiepido, del luminoso. Ed ogni stanza lì intorno parlava di conforto e restituzione, ma lei non si era voluta fermare. “Rebecca, piccola testarda, dovrai capire che noi ci aspettiamo che tu ti metta nei guai come una normale bambina di nove anni. Farai spezzare il cuore di tua madre un giorno o l’altro”. Sua madre. Quella vecchina, ora arresa agli anni trascorsi in un istante di dolore, stava ancora lì a guardarla. Questa volta il suo cuore non avrebbe retto. La vide cadere al suolo, la immaginò spazzata via dal vento insieme alla voce feroce di suo padre e le biglie e le bugie, la pupazza marron, la madia e il brillante pomo della porta, unico oggetto degno di luce in quel posto. Era iniziata la spietata opera di autocondanna, misero tentativo di conoscere il proprio carnefice per non temerne l’affilata ascia, per abitare lo spazio del terrore abbracciati ai propri ricordi più tristi e privati.

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REBECCA: ( M11, Schumann, Tramerei, 2,18 min. -> a sfumare)
"Era stato sempre così. Dapprima le cose si vestono del solito grigio per adescarti, poi lasciano che qualche particolare susciti la tua curiosità -e lei era infinitamente curiosa- ed infine ti inchiodano alla condanna dello sguardo quando le hai accomodate nella tua mente. Anzi la occupano, abitandovi con grandi famiglie rumorose, palazzoni di poveri pensieri sfrattati e rimossi che ora sventolano bandiere rosse e rivendicano il potere negato, l’affetto scordato, la stessa vita promessa. Allora non puoi più controllare nulla. Troppe le voci, le trame ed il clamore di tante storie dimenticate nei cassetti della memoria, perché il giorno dopo promette, arrogante, nuovi soli ed anche la malinconia si addormenta alla luce delle lune. Sola, tentò di uscire dalla favola, ma questa come una benda l’avvolse fasciandola lentamente. Vide mille fili arrotolarsi intorno al suo corpo, morbidi e non minacciosi come i suoi capelli, ma che guadagnavano spazio ad ogni istante in più, suadenti braccia di morte che ti negano e si prendono lo spazio della tua vita, fino in fondo. Pronta per il pasto del ragno gigante.
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Lo sentiva con tutti i suoi nervi che succhiavano voraci le poche molecole di ossigeno ancora disponibile nel suo petto, pur di far correre più forte la paura: non poteva esservi salvezza, né abbracciare l’immondo e l’oscuro le avrebbe ridato il già perso. La folta barba blu del principe sarebbe stata impassibile e ferma, come la sua testa sul cespo. Dannata Curiosità: “poveretta me...potevo accontentarmi…”, era il pianto oramai flebile delle sue braccia e gambe, addome e spalle “…perché l’ho fatto, perché…morirò di crepacuore”. 
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 1° COMMENTATORE: Tra il decimo e l’undicesimo “perché” anche il dolore si addormentò e Rebecca avvertì l’ascia crudele del ricordo diventare un tutt’uno con la sua vita e carezzare il suo collo, sino ad insinuarsi tra le vertebre, nella gola, strappando l’ultimo lembo di pelle, davanti. Sentì, senza sentire, la sua testa girare vorticosamente, piegandosi da un lato. Gli occhi cercano un appiglio, senza ancore che possano fermare quella trottola confusa di un pensiero, di un ricordo, di un sogno, che svaniscono, nella luce bianca".
 
Un fascio di luce bianca investe la platea.

Sonia ovvero "Il Resto della Mia Vita", giugno 2007

       
          "Sonia. Il Resto della Mia Vita"
          Drammaterapia in tre atti
          di E. Gioacchini e F. Pitorri
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                   Sonia –Monologo-
                   Eccomi, vado bene? Ti piaccio così, con i pantaloni, la camicetta, il golfino né troppo largo,
né troppo stretto? Caro... il mio papà, si, io ti piaccio. Finta come la tua faccia quando mi vedi e mi saluti e magari pensi di volermi bene e di aver fatto tutto... per il mio bene.
                   Eccomi, sono per il bene di tutti, di tutti quelli come te, o forse meglio!
                   Mi ricordo tutto, tu forse l’hai dimenticato, io no. Avevo solo quattro anni e tu mi  picchiavi,  dove capitava. In testa, sulla schiena, sulla faccia. A volte cadevo per terra e tu mi ricoprivi di insulti e di calci. Perché? Perché sbagliavo sempre qualcosa! Studiavo male, scrivevo male, mangiavo male, parlavo male, camminavo male, nuotavo male, respiravo male... Ero sempre stupida, deficiente, handicappata, pronta per essere spedita in qualche collegio lontano. Mi mortificavi davanti a parenti e amici. Quante brutte figure!                  
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 Quelle, ora capisco, le facevi tu, quando tutti guardavano imbarazzati altrove per non incrociare il mio sguardo di pietà ed il tuo di cane rabbioso!
                   Io non ti odio, aspetto solo che muori per venirti ad insultare da morto! Quando sarai stecchito e bianco, con il vestito della domenica e quelle tue mani finalmente impotenti lungo le gambe. Ti stringerò forte il braccio, come facevi tu. Te lo voglio spezzare quel braccio! Voglio sentire il rumore dell’osso rigido che si rompe come un coccio sul pavimento e poi storcerti le dite che tanti lividi mi hanno fatto, come i pezzetti di legna, quando si accende il fuoco e consuma tutto. Al tuo funerale, mi sentirò finalmente libera dai tuoi giudizi, dalla tua perfezione del cazzo, dalle tue braccia pelose e dalla tua pipì sulla tavoletta del bagno. Non fingerò nemmeno di piangere; quella sarà la grande occasione di essere me stessa.
                 (pausa)
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Questo... è quanto ti amo e ti avrei amato se tu fossi stato diverso. Se tu avessi avuto un padre diverso, una madre diversa e non quella donnina insignificante di nonna che gli scodinzolava dietro, proprio come tua moglie. Ho tanto desiderato il tuo amore, papà, uscire con te e sapere che tu eri fiero di me, camminare per mano e fare tutte le cose che i miei compagni raccontavano in classe nei loro temi. Ma tu non c’eri mai... (parodiando la voce pedante del padre)“Io lavoro per te, che ti credi che mi diverto?”
                   E che ci posso fare io, se mangio, sono piccola e non posso  lavorareee...                         
                  
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Se vuoi mi sento in colpa, ingrata, schifosetta, e sopporto meglio le tue grida: “Zitta, Sonia, non rispondere, stai zitta”. Mamma, stai zitta tu, che non mi hai saputo difendere, che non l’hai mandato via, che non ci hai portato via, perché tu per prima avevi paura. Non te lo perdono, mamma, tu potevi salvare tutti e non l’hai fatto. Se avessi protetto te stessa forse mi sarei salvata anch’io.
Poi, un giorno, avevo dieci anni, ti ho detto “quello è pazzo” ed è cominciato un lento scolorimento dell’amore nascosto da qualche parte per lui. Sì papà...ho smesso di essere la scema che cercava la tua approvazione, perché non si può amare all’infinito chi ci allontana. Io, non ci sono riuscita!
                   Gli uomini adesso pagano per toccarmi laddove tu mi colpivi. Questo è falso quanto il tuo amore, la tua personalità distorta, crudele.
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                   Aspetto che muori, perché il morto fa paura.
                   Il morto, quello lo rispettano tutti, come un santo che si piange comunque. Sarà come uccidere il dolore, sarà come il giorno che sono partita e tu hai avuto il coraggio di dirmi “Torna. Questa è sempre casa tua.” Mi liquidi così, come se non fosse successo niente? Falso come è falsa ora la mia vita.
                  
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Tu sì che te la meriti una figlia baldracca, storta, sbagliata per tutte le volte che mi hai offeso, terrorizzato, insultato, per tutte le volte che prima di dormire ho pregato di morire piuttosto che continuare a vivere in una casa senza mai allegria e sorrisi, forse anche silenzio. Ai bambini piace ridere e tu non ridevi mai, forse neanche con mamma”.
 
                   (Sonia, con un gesto disperato, si apre la camicetta, mentre tre piccoli bottoni strappati dalle asole rotolano a terra; lei li segue con lo sguardo)   
 
“Ti piaccio     Ti piaccio così? Mi apro la camicia e me ne faccio almeno dieci, di quelli che sono venuti  qua  passeggio con i loro bambini ed il cane, con la loro vita normale, falsa e comprata. Sono storta, hai ragione tu...”.
(da "Sonia, Il Resto della mia Vita, ovvero Oltre I Posti dell'Amore", monologo di F. Pitorri)
  
"Rodolfo", dicembre 2007

"Rodolfo", dicembre 2007

Rodolfo,
Drammaterapia in quattro atti,
di E. Gioacchini e F. Pitorri

4° Narratore: “Ci sono cose che devono scomparire tutte insieme, la vita non ha bisogno di loro, se le separa! Né la storia, che può continuare con quell’aria di placido sorriso primaverile che addormenta come nei sogni il dolore dell’esistenza, con nuove stagioni degli amori, nuovi letarghi, nuove risvegli…il sadico incosciente flusso del tempo che se non fai in tempo ti sottrae persino il ricordo che fa male! Se si scompagina il senso che loro si sono date, le cose, le persone, se qualcuno rimane indietro od avanti, testimone condannato ad altra morte nel tribunale silenzioso del ricordo…allora qualcosa stride, diventa l’acidulo suono di gomme sull’asfalto, incapaci di cambiare più la rotta. E tu spii il rumore di un collisione infinita, che sembra vivere sospesa in attese che hanno solo quell’unico senso. Il destino lì collide all’infinito, con fatti senza ragione o motivo. La solitudine diviene lacerante, un lamento muto in fondo agli abissi, ridicolo gorgogliare di bollicine alla superficie di quanto gli altri non vedono”.
 
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Il 4° Narratore esce di scena sulla destra, mentre Rodolfo riconquista la posizione centrale, per poi spostarsi, alla fine del primo intervento, sulla destra.
 
Rodolfo: ”…è così che sono pellegrino nella vita degli altri ed ho finito per abitare una casa che davvero non esiste. Se non facessi così…, potrei anche dubitare che essa vi sia mai stata, la nostra casa... od avrebbe potuto ospitare, ma che dico…vivere… i suoni familiari di un tempo. E se poi non ricordassi? Dio che orrore, potrei sparire davvero anche io, potrei essere mai qualcosa senza inizio?”.
 
Madre: “Figlio, io non ci sono. Solo ombra sulla quale tu getti la luce del tuo pianto, ed è così che è andata via la mia presenza. Dove il tuo ricordo è una sagoma che cerca l’antico affetto. E così che si creano buchi nella trama dei tuoi giorni, uno scialle del quale hai dimenticato il calore del desiderio…tu così piccolo, lì raggomitolato nella neve…con l’odore ancora fresco della tua famiglia addosso ed il fiato irato dell’Orso che ti vuole, ma non riuscirà a prenderti. Io ci sono, ma se ci fossi, sarei solo un’ombra: tua madre, che strilla ancora all’infinito la rabbia all’animale predatore, per metterlo in fuga!
La lotta più vera che esiste, avvenuta da sempre su questo pianeta; la guerra più giusta e necessaria, dove è concesso l’odio, e persino il desiderio del sangue dentro la tua bocca, l’assenza d’ogni paura, la forza dell’unico vero e giusto che dimentica fatica e scaglia nell’aria l’urlo rabbioso di vedersi sottratto un figlio”.
 
Rodolfo gira le spalle al pubblico
 
Rodolfo: “Mamma, non così, mi fa più male…!”(gira le spalle al pubblico)
 
Madre: “…lasciami dire, Rodolfo, lascia parlare me, che non sono più attraverso i tuoi anni, i tuoi occhi, i tuoi sonni…
Le coperte, ricordi? Erano stracci di pelle …e fu l’ultima volta che te le rimboccai. A pochi passi dalle fauci della bestia, spingendoti sotto quella slitta, nascondendoti alla vista famelica del predatore del mio piccolo. Quella volta, non era la pelliccia soffice a pizzicarti il naso rosso dentro il nostro igloo, ma la mia disperazione che diventava un velo silenzioso a separarti dalla fine di tutto, a tenerti lontano dal terrore. Come ho potuto. Quelle le ultime mani di tua madre sul tuo corpicino addormentato dalla paura e dal freddo, ma finalmente salvo dallo stomaco dell’orso…Lui si cibava di tuo padre, ne dilaniava le carni, mentre il mio bastone continuava a colpire il suo dorso mille volte, ma mille volte troppo piano per distrarlo e cacciarlo davvero...”.
 
Rodolfo: (torna a guardare verso il pubblico) “Che cosa avvenne mamma, poi… cosa avvenne?”
 
Madre: “Non solo gli uomini uccidono per godere. Sembra che il privilegio del sangue sia dare la vita e spingerti a sottrarla…un grande nastro ferale, rosso, non sempre lungo tra le carezze calde di una madre ed il cibo ancora caldo e umido per i propri piccoli, la promessa della vita, il sognante gioco impassibile dell’esistenza!
Amore mio…fatico a dirlo anche qui nel luogo ombroso dove vi sono i nostri dei e nonni…tu sorella… divenne il sollievo nelle notte gelida di quei probabili cuccioli… affamati…
Ahhhhhh… Lui me la portò via, la strappo dalle mie braccia serrate e corse, assassino! Più forte di quanto le mie gambe potevano…
Non so se ad uccidermi fu quella corsa o piuttosto il luccichio sempre più distante di quell’esserino bianco nella sua bocca, che si dileguava all’orizzonte di ogni mia speranza… Non so, quando fu che scomparvi davvero…
Altro più non vidi dopo quella tormenta”.
 
Rodolfo: “Madre, se tu vi fossi stata, molte cose non avrebbero chiesto soccorso….La presenza di coloro che ami è una calda spiaggia che addormenta anche il mare più tempestoso, che spezza la forza delle onde più forti. Se mio padre fosse ancora qui potrei rinunciare a molti consigli, potrei stringere i denti anche da solo, più forte che quell’orso e giurare guerra al mondo, rompere barricate dentro e fuori di me. Invece, non vi è limite vero che io abbia superato, perché i vostri occhi non c’erano ad ignorare o sapere.
Voi, il soccorso lo avete consumato tutto in una volta, quando era necessario e mi dava la vita. Io, non ho mai potuto farcela da solo, perché la vostra assenza è stata troppo vicina a me. Mi ha impedito di celarvi la fatica e mostrarvi con orgoglio, le mie conquiste. Ha infranto il cristallo splendente dell’orgoglio già sul nascere delle mie storie, dei miei amori, dei miei dolori”.
 
Madre: “Ma tuo padre, Rodolfo, ti ha molto amato, ha dato la sua vita per te…”.
 
Rodolfo: “Siiiii, ma non ho potuto lottare con lui! Prendere la sua forza ed anche il dono del suo posto! Così non ho avuto mai il comando di nulla, ed ora neanche di me stesso, delle mie ossa vacillanti sotto lo spettrale peso di muscoli pigri, paralizzati da paura ed incredulità. Ecco, si, incredulo al mondo ho finito per lottare con me stesso. Senza accorgermene. Le pareti di mille stanze sono precipitate addosso alla mia vita. Vedi Madre, vedi in quale piccolo posto ora mi trovo…non più bianco e freddo, ma di un calore ancora sconosciuto. Su un palcoscenico dove sono visto, solo se recito la mia vita…? E un’infinita voglia di arrendermi…Ma non so a chi dirlo, a chi dare la mia incondizionata resa…ed allora lo faccio con me stesso, tra sudore e brividi di orrore. Tra il ricordo della paura e la paura del ricordo…”.
 
Rodolfo torna a sedersi sulla sedia dinnanzi all’analista.
 
video-Proiezione: sfuma
 
Rodolfo torna a sedersi nel setting ed entra il 5° Narratore, da sinistra e si pone centrale sul palco con un monologo
 
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5°Narratore
: “Rodolfo sta descrivendo Giorgia, una donna nata paradossalmente insieme ai suoi disturbi, come il sorriso che ti accompagna nella testa, quando stai partendo e ripensi al volto dell’amata. Giorgia, tuttavia, non c’entra con questa storia.
Sono stati innamoratissimi i primi tempi, invece, negli ultimi mesi, sembra che nascano sempre più spesso incomprensioni. Rodolfo vede Giorgia troppo sicura di sé, anche quando, comprensibilmente, le situazioni comportano difficoltà od incognite. Egli riconosce di essere costantemente preso da un’ansia “…che pietrifica l’idea del futuro, del dopo, del mentre..., ma Giorgia a volte è un altro mondo, diversa, non può capire il mio. Le strade per lei sono tracciate, si tratta di essere attenti a prendere quelle previste e rimanere gioiosi sul percorso della Felicità, dei Sacrifici, del Progetto, della Prenotazione con il Destino”.
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Terapeuta: “Ai primi episodi di paura mi sono sentito come un albero in piena vegetazione che macabramente era cavo. Un cilindro vuoto con intorno corteccia fresca e rassicurante, rugosa quanto basta per far scorrere la pioggia, profumata di legno e resina trasparente, con i colori del bosco ed i profumi del mare e sopra inciso il cuore di due innamorati.”       
“E’ molto intenso quanto ha scritto…ed anche quel senso di solitudine che prima mi ha descritto rispetto alla sua ragazza. Tutti hanno bisogno di avere le spalle un po’ coperte…e vorrei dire che, da quella cesta poi…lei sembra aver sempre faticato a sentirsi…”coperto”. Mi chiedo se poi, in qualche modo, non sia anche lei a vietare questa possibilità al mondo…(?)”
 
Rodolfo:: “Vuol dire…sarei io… a volermi fare male?”
 
Terapeuta: “No, piuttosto, credere che vi sia un lato anche meno doloroso in quelle stesse cose… Immagini Giorgia, la sente spesso distante, ma può immaginare che in qualche modo provi
quello che lei prova? Le dà questa possibilità nella sua mente. Come pensare che sia lei, oltre me, il destinatario di questa lettera questa lettera… qualcosa che Giorgia non ha mai provato… Immagini che
sia lei, ora a leggerla…
                     
Mentre la scena sul setting si spegne entra, dalla destra del palco, Giorgia con un foglio in mano guadagna la posizione centrale sulpalco e continua la lettura della lettera di Rodolfo, avvicinandosi agli spettatori
 
Giorgia: “In alto, rami e foglie tenere di primavera, verdi e leggere come capelli appena lavati, sapore di vento e di stagioni sconosciute. In basso, radici che sembravano solide, umide di terra e forti contro il prato, ancoraggio sicuro ai temporali più neri. Solo di recente mi sono chiesto se a tradirmi sia stata la chioma sferzata dal vento o le radici del mio passato ; non conosco la risposta ed anche in questo mi perdo. Una superficie ancora nutrita si permetteva la comparsa sociale, familiare, ma le ragioni più profonde che danno solidità ai nostri pensieri, alla nostra identità erano scomparse.   
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Il 5° Narratore fa un accompagnamento vocale di "Angel Eyes" (Gretchen Lieberum)ed esce di scena sulla destra, collocandosi su di una sedia del pubblico.
 
5° Narratore: “Le prime paure sono state più amiche delle insegne, dei gard-rail, dei sampietrini di alcune strade mai “più ripercorse”: rito alla rovescia delle cose che eppure si amano, che domandano perdono senza mai ottenerlo. Rodolfo torna a chiedere al terapeuta di guardargli dentro, se fosse possibile smontarlo e rimontarlo con la garanzia della riparazione. Ed ecco che questa donna così energica eppure accogliente, comprensiva come una madre quando lo è, cambia vestito, può usare tinte troppo nere, trucchi troppo forti, sigarette con troppa cenere e persino la voce allora eccede nel volume. “  Giorgia …perché non capisci che sei più donna avvolta in un po’ di intrigante silenzio e non abbassi la voce, senza la forza del certo, e non smetti di usare il mio nome come un intercalare nei tuoi discorsi e perché i tuoi passi fanno così rumore ? Non ti hanno insegnato il passo della pantera ?”
   Ora Rodolfo confessa di infastidirsi spesso davanti all’invadenza amorosa di Giorgia ( Amore che tutto può !), anche di fronte ai loro amici, al suo modo di proporsi ed imporsi “ come se si volesse portare a letto il mondo!”, descrive. (Cantando e togliendosi i sandali) Confessa di amarla, ma di sognarla spesso scalza, mentre le carezza, struccata, i capelli, in silenzio”.
Il terapeuta apre il secondo foglio e legge ad alta voce alcune righe della lettera. 

" Potevo dubitare di tutto e di tutti, soprattutto di me. Arrancai, allora, nel disperato tentativo di cucire dentro mani che tenessero ferme le cose che già avevo e non potevano essere perse; per molto vi rimasero, però impallidite e sbiadite come le cose che si raccontano ed hanno come unico teste la tua parola. Così le mie foto più care, quelle che ti fanno sentire bello anche se sei cambiato ed in cui ti ricordi allegro di risate e di braccia intorno, anche quelle ... scolorite ed un po’ gialle dentro qualche cornice ossidata. 
    'Morire di paura' fu il titolo dei primi episodi di panico, “Aver paura mentre si muore” quello del tempo successivo. La tristezza di sentirsi smarriti in acque prima conosciute dove le cose che pure mi piacevano diventavano oggetti di ricordo, lettere antiche in cui mi dicevo che stavo bene, mentre al momento sperimentavo tutto il contrario dello stare bene.
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Anche fingere ha un suo significato, cercare di nascondere al mondo, almeno ad una parte, che sono solo il manichino di me stesso ancora capace di sorridere e dire “buongiorno” ; tentare di salvare le apparenze salva me stesso dalla patente di folle, lascia in eredità a volti estranei l’ultima fotografia di me sano. Ironia che si vendica di chi forse ironia ne fa troppa, nonostante tutto.
   Cominciò l’arredamento nuovo. L’incontro con gli “psichiatri”, le medicine provate e quelle da provare, le ricette, le diagnosi, lo specchio triste, la forchetta pigra, la macchina solo per città, la gente di fuori mentre io dentro casa, l’adrenalina, lo stress, i familiari “cattivi”, gli amici menefreghisti, il cane… forse triste anche lui. Incontri con i medici come viaggi della speranza, mentre mamma mi asseconda soffrendo e papà non sembra comprendere ciò che descrivo: lui ha sempre lavorato e certi pensieri non se li è mai permessi. E tutto questo senza alcun trasloco, senza un abbandono fuori, ma uno più lento dentro di me. Scatoloni riempiti con cura, il tempo di scegliere i gesti da non ripetere, i riti che portano sfortuna, i percorsi pericolosi da mettere via, le strade da evitare, i vestiti dei cattivi ricordi da strappare e perfino i sogni ormai vietati da mettere in fondo a tutto, sotto il peso della Cattiva Sorte. Un tempo credevo alla Fortuna, ora non so... potrei chiederle di farmi guarire e non mi riconosco più nemmeno in questa disperata preghiera, perché prima ero “normale” e la Fortuna era solo un amore da conquistare e da dimenticare, ora l’amore se ne sta lì come una medicina sul comodino, pasticca bianca che mi stordisce un po’ per non pensare ... ed a volte neanche quello. Mi viene in mente un reportage in terra di conflitto, dove, mentre riprendi la morte degli altri -perché si sa che l’ansia esiste, la depressione esiste, e così via- ti accorgi che una pallottola ti ha colpito, sfuggita dalla direzione prevista ha preso te, e tu stai perdendo sangue, e forse stai morendo e non è un brutto sogno. Sei proprio tu.
   Come l’albero cavo che ormai è solo una linea di confine al vuoto, un leggero segno di matita tra il passato e la follia, e tu sei un po’ dentro ed un po’ fuori della corteccia, al vento come le foglie senza più linfa e poi giù per terra con la paura della morte e la morte che non fa più paura”.
 
Giorgia esce sulla destra del palco; con lo sguardo rivolto a Rodolfo, rallenta mentre passa alle spalle del setting. Sfuma la luce sul setting.