gennaio-febbraio-marzo 2008

Roma, 24 gennaio 2008

''Alejandro Jodorowsky e la danza dei simboli''.  Conduce E. Gioacchini

In questo seminario, condotto da E. Gioacchini, il lavoro di Jodorowsky è visto sotto la lente del fare drammaterapeutico. L’attività simbolico-astratta della nostra mente può imprigionare come liberare una persona. Farla sentire minacciata da oggetti invisibili: il “paziente”; o darle l’abilità di creare e stupire: l’artista.

    L’opera di Jodorowsky attraversa proprio questo percorso tra la terra ed il cielo, tra la terra di sotto e quella di sopra, definerebbe uno sciamano. E sciamanica è la sua psicomagia ed i suoi riti. La psicologia analitica ha impiegato diversi anni a scoprire che le profezie si auto-avverano, nel bene e nel male, destinandoci al successo o all’insuccesso, se perdiamo pericolosamente le redini dell’Io.
    Eppure vi è una seconda strada, meno razionale, e spesso schiva all’insight terapeutico, che fa lavorare la nostra mente in modo creativo ed esplora invisibilmente conflitti, sollecita risorse, fornisce risposte. Essa vuole che la vita dei nostri simboli non sia troppo slegata dalla realtà sensibile; che, in alcuni casi, alla costruzione semantica del nostro mondo non sia sottratta la materia, gli oggetti, le persone, i luoghi. Alcune mura possono imprigionare per sempre, confinandoci nel panico, anche se porte e finestre abbondano in quella casa! Alla stessa stregua di quell’individuo che, volendo spezzare “il cordone ombelicale” con la famiglia, decida assai ingenuamente di spostarsi un poco più in là! Il confine delle due operazioni si rovescia ed a volte tuttavia permette di “spezzare” la “morsa” dei timori e di “abbandonare” la sofferenza di alcuni “luoghi”.
Jodorowsky in questo è maestro, o ,forse, dovremmo dire più artista: la sua operazione, che si svolga su un palco di un teatro del panico o tra le righe di un saggio sollecita a non svelare troppo, a lasciare che i simboli siano elementi di un’alchimia che genera reazioni nuove e sviluppi, anche al di fuori della ragionevolezza e del comune “buon senso”. Con il permesso dell’autore, vorrei definire drammaterapico questo agire, che del “drama” prende l’azione e tuttavia rimanda contemporaneamente ad un lavoro prezioso e nascosto nell’Io profondo.

Roma, 8 febbraio - Milano, 7 marzo

"Storytelling: Favole che Curano", conducono E. Gioacchini e
 S. Vitello 
  

l’Atelier di Drammaterapia Liberamente in un laboratorio delle fiabe aperto al pubblico. La fiaba che si sposta per un momento dalla sua poetica tradizionale per essere esplorata come antologia di tensioni e speranze dell'umanità. L'individuo con i suoi miti e le sue favole, quelle tramandate o scritte, una sottile anima di fantasia e colori che percorre a spirale tutta la cultura, attraverso il contatto e l'incontro di generazioni che si raccontano del proprio senso sulla vita.


    C'è il mondo di fuori che crea i suoi miti e le sue favole, quelle tramandate o scritte, una sottile anima di fantasia e colori che percorre a spirale tutta la cultura, attraverso il contatto e l'incontro di generazioni che si raccontano del proprio senso sulla vita. Una costante tensione verso la metafora, che spesso  riconduce la realtà immanente alla ricchezza del suo viaggio, e questo  anche attraverso l'arte, le scoperte scientifiche, i sogni di uomini importanti per la nostra storia. In altri casi, tristi ed oscure, le favole conducono e spingono verso l'ideologia, manipolano il pensiero di alcuni al servizio non consapevole di altri. Anche la terapia ne fa uso, possibilmente sapiente, mirato nell'approccio ad alcuni disturbi dello sviluppo dello sviluppo, o altrimenti, in laboratori delle fiabe si ha ancora la possibilità di lavorarci alla scoperta delle nostre risorse, una specie di interpretazione dei nostri sogni su trame che di onirico hanno il carattere universale.
    Ma cosa accade nella psicologia di un soggetto adulto che ascolti una favola "terapeutica"? Sicuramente quella storia è stata contestualizzata nel  particolare momento della terapia, alla sua visione della realtà, comprensiva dei suoi problemi, delle sue risorse, e si sviluppa in un linguaggio che tiene conto di quello del soggetto, dei suoi canali percettivi privilegiati, della sua modalità di ricordare e progettare... Ed allora, nella trama che sviluppa quella particolare metafora, essa opera inducendo un positiva "regressione al servizio dell'Io", come direbbero Gill & Brenman. Il processo consiste in un "pescaggio" profondo nella vita remota del soggetto, in aree dove  è superata la censura realizzatasi attraverso le rigide difese dell' Io,  e che comporta che la persona venga indirettamente  messa a confronto con la propria vicenda storica. Lo spostamento dell'angolatura della ottica attraverso la quale ora si è indotti ad osservare la propria storia o un  definito evento, supera le resistenze inconscie e, quindi, le reazioni emotive come lo stupirsi, il meravigliarsi, il commuoversi nella partecipazione alla trama frantumano i pregiudizi verso la ricostrustruzione di una possibile nuova avvincente vita.


 

      

Roma 15 febbraio, Seminario Introduttivo al Corso di Auto-Ipnosi. Conduce E. Gioacchini

L’Atelier di Drammaterapia Liberamente si apre ufficialmente alla sua terza annualità venerdì 15 febbraio 2008, con un seminario-laboratorio di Auto-Ipnosi rivolto a professionisti e non ed inserito nell’ambito del programma del corso. Questo primo incontro addestrativo all’autoipnosi è per questo incontro aperto eccezionalmente anche ai non iscritti, proprio per dare modo di valutare più da vicino, insegnamenti e modalità didattiche dell’Atelier.
 
    La domanda che sorge più immediata è: perché l’ipnosi in un corso di dramma terapia? Una breve precisazione ci aiuterà a capire.
    La metodologia dell’Atelier “Liberamente”, diretto da Ermanno Gioacchini, medico psichiatra e psicoterapeuta, segue i principi della drama therapy  già descritti dagli orientamenti della letteratura internazionale e, fondamentalmente dalle due grandi scuole, quella americana di R. J. Landy e quella britannica di S, Jennings. Il percorso che questi due differenti autori hanno fatto per giungere alla precisazione di alcuni principi fondamentali nella materia è autorevole, anche se, legittimamente, tende a sottolineare differenti aspetti del lavoro drammaterapico per giungere quindi a metodologie coerentemente diverse, almeno in parte. Se Landy, con il suo “concetto di ruolo”, intende il processo dramma terapico come assimilabile fondamentalmente al percorso psicoterapeutico, Jennings lo legittima maggiormente all’interno del processo artistico proprio del teatro. Negli ultimi anni, proprio la professionale e fertile disputa tra i due orientamenti di pensiero ha portato ad una ricca produzione di proposte ed articolazioni metodologiche.
    I punti fondamentali per i quali la drammaterapia dell’Atelier Liberamente si differenzia da altri percorsi, nasce fondamentalmente da fattori autobiografici. Per il direttore dell’Atelier, E. Gioacchini, essersi interessato da trentacinque anni di “stati modificati di coscienza”, passando attraverso la competente conoscenza dell’ipnosi formale, sperimentale e clinica, e molte delle sue applicazioni, anche al di fuori del campo ristretto della psicoterapia ipnotica, ha comportato l’utilità di disporne nello strumentario dell’operazione dramma terapica. Di qui l’importanza che l’allievo acquisisca dimestichezza con le fluttuazioni della propria coscienza, che , si sa bene, non è sempre ed assolutamente “ordinaria” e vigile nel corso del processo artistico, interpretativo e comunque espressivo. La particolare competenza nel campo dell’hypnodrama moreniano (dove allo psicodramma si aggiunge la presenza di stati induttivi la trance), porta così il lavoro drammaterapico assai vicino alla consapevolezza di quello che lo stesso Grotowsky chiamava “la Trance dell’Attore”, pura espressione dell’autenticità di un‘anima nell’atto di donazione all’altro (pubblico) dinnanzi a lui. L’atto di “autopenetrazione” che tanto sottolinea il Maestro, passa dunque per uno speciale stato di consapevolezza cosciente, ma all’interno di una condizione di trance, elementi questi che permettono all’attore di “non fingere di fingere” e qualificare il suo “come se” sulla scena appunto come atto autentico. La propria storia, invisibile, fluisce all’interno della parte, anche al di fuori di quel gioco di immedesimazione all’interno del personaggio come propone il grande Stanislavskij. Se il suo metodo si basa sull'approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore, la metodologia dell’Atelier sposa maggiormente lo statuto Grotowskiano. Come questa ultima scuola insegna, è inoltre ridotto all’essenziale il rito scenico, impoverita la macchina teatrale, ridotta generalmente all’essenziale dell’attore e dello spettatore. Quello che rimane sono i corpi, e questi non possono che essere corpi in cerca di vita ed espressione. Gli esercizi di autoipnosi, come quelli sul corpo che propone Grotowsky, in tal senso, intendono sollecitare la consapevolezza e la libertà emotiva del soma, in funzione del sentimento di libertà e scelta che l’attore deve sempre saper comunicare a chi assiste al suo lavoro.

Roma 29 marzo, Teatro-Laboratorio di Drammaterapia: Cortazar, scomposizione e rimodellamento del Reale. Conduce E. Gioacchini

Le "Storie di Cronopios e di Famas" di Julio Cortazar ci riportano ad una conoscenza di noi e, quindi, dell'Altro, attraverso quel pensiero divergente che forse non ci hanno insegnato ad utilizzare o, addirittura, abbiamo appreso ad evitare! Come farci aiutare dalla Lezione dello scrittore verso l’autenticità?

    Cortazar esaspera le nostre abitudini sino al grottesco, all’assurdo, ma anche oltre. E' la ritualità che giunge ad addormentare le possibilità interpretative del nostro Io ad essere in scena. Eidetica, ma sicuramente anche auditiva e cenestesica, l’espressione letteraria di questo autore, che riesce a farci ridere, con tutti i "cinque sensi" dell’invidia, della gelosia, della paura, della vergogna e del pudore, del ruolo codificato, come dei maldestri e comici tentativi di romperlo a volte ed illudersi finalmente liberi!
    Italo Calvino riassume magistralmente…“«I cronopios e i famas, due geníe d'esseri che incarnano con movenze di balletto due opposte e complementari possibilità dell'essere, sono la creazione piú felice e assoluta di Cortázar. Dire che i cronopios sono l'intuizione, la poesia, il capovolgimento delle norme, e che i famas sono l'ordine, la razionalità, l'efficienza, sarebbe impoverire di molto, imprigionandole in definizioni teoriche, la ricchezza psicologica e l'autonomia morale del loro universo. Cronopios e famas possono essere definiti solo dall'insieme dei loro comportamenti.
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    I famas sono quelli che imbalsamano ed etichettano i ricordi, che bevono la virtú a cucchiaiate col risultato di riconoscersi l'un l'altro carichi di vizi, che se hanno la tosse abbattono un eucalipto invece di comprare le pasticche Valda. I cronopios sono coloro che, se si lavano i denti alla finestra, spremono tutto il tubetto per veder volare al vento festoni di dentifricio rosa; se sono dirigenti della radio fanno tradurre tutte le trasmissioni in rumeno; se incontrano una tartaruga le disegnano una rondine sul guscio per darle l'illusione della velocità.
    Del resto, osservando bene, si vedrà che è una determinazione degna dei famas che i cronopios mettono nell'essere cronopios, e che nell'agire da famas i famas sono pervasi da una follia non meno stralunata di quella cronopiesca».    
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    Il testo di Cortazar, ma ancor prima la sua acuta critica dell’ovvio, alla ricerca dell’autentico offre spunti speciali alla riflessione nel processo drammaterapico, afferma il conduttore di questo interessante e divertente laboratorio. Il "fama" che è in noi continua a divertirsi, ed in fondo interagisce sempre, rovescio di un’unica medaglia, con il "cronopio", cercando forse una collaborazione? Ma anche il "cronopio" non è così indifferente all'arte di vivere che il "fama" gli ricorda! Come utilizzare, quindi, questi due moti dell'anima, affinchè ci arricchiscano e ci agevolino? Pablo Neruda è drastico: “Chiunque non legga Cortazar, è condannato”.
    Il Teatro-Laboratorio di E. Gioacchini spinge ad usare il pensiero creativo e sollecita ad entrare nelle brevi emblematiche storie dell’autore, ad esercitare una utile ed importante destrutturazione del modello del mondo che adottiamo, per chiederci come arricchirlo senza effetti collaterali!
Roma 14 marzo, Teatro-Laboratorio di Drammaterapia...

Roma 14 marzo, Teatro-Laboratorio di Drammaterapia: “L’apporto di Grotowsky alla drammaterapia”, conducono P. Perilli e E. Gioacchini

In questo seminario-laboratorio teatrale, attraverso l'analisi del contributo del “teatro povero” di Grotowsky alla drammaterapia, lo psicoterapeuta e direttore dell'Atelier "LiberaMente" E. Gioacchini  e P. Perilli, scrittore e critico analizzano e sperimentano con il pubblico la duttilità dello spazio scenico, la sua pericolosa estensione, il contenimento finale di un processo che non scopre, ma rivela.

    “Eliminando gradualmente tutto ciò che è superfluo, scopriamo che il teatro può esistere senza trucco, costumi e scenografie appositi, senza uno spazio scenico separato -il palcoscenico-, senza gli effetti di luce e suono, etc. Non può esistere senza la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta. Questa è un'antica verità teoretica, ovviamente. Mette alla prova la nozione di teatro come sintesi di disparate discipline creative; la letteratura, la cultura, la pittura, l’architettura, l'illuminazione, la recitazione” (Jerzy Grotowski).
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 Lezione difficile, ma proprio per questo entusiasmante, quella di Grotowsky; riflessione profonda questa del “Teatro Povero” del grande regista verso l’autenticità per l’uomo di teatro, che sia attore, regista e perfino autore; uno stimolo indiscutibile al lavoro con se stessi, oltre l’aspetto performativo, nel caso della drammaterapia. Con la nozione di “teatro povero” Gotowsky intendeva un teatro in cui la preoccupazione fondamentale fosse il lavoro dell'attore con il pubblico, non l'allestimento scenico, i costumi, le luci o gli effetti speciali. Nella sua ottica questi ultimi potevano pericolosamente costituire delle trappole che, se capaci di intensificare l'esperienza teatrale, non erano però necessari ai fini del nucleo del messaggio che il teatro deve generare. 'Povero' significa eliminazione di tutto ciò che non era necessario e che lascia l'attore 'spogliato' e vulnerabile.   
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 “Vi è qualcosa di incomparabilmente intimo e fruttuoso nel lavoro che svolgo con l’attore che mi è affidato. Egli deve essere attento, confidente e libero, poiché il nostro lavoro consiste nell’esplorazione delle sue possibilità estreme. La sua evoluzione è seguita con attenzione, stupore e desiderio di collaborazione: la mia evoluzione è proiettata in lui, o meglio, è scoperta in lui, e la nostra comune evoluzione diventa rivelazione [...]. Un attore nasce di nuovo - non solo come attore ma come uomo - e con lui io rinasco. E’ un modo goffo di esprimerlo ma quello che si ottiene è l’accettazione totale di un essere umano da parte di un altro“. Ed ecco allora il salto vertiginoso, ma insieme, responsabile che dal rapporto con se stessi, attraverso l’autenticità, passa a quello proprio della relazione con il mondo, il pubblico nel teatro, la realtà così come concepita e reinvestita nel “fuori”, nel caso dell’attore che reciti in drammaterapia.
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Contro ogni inerzia, abbandono pigro dell’energia e del rischio, Grotowsky spinge alla responsabilità del proprio ruolo e di quello del personaggio che vive e convive nell'interprete, della persona capace di mettersi in gioco. Direi impudicamente; perché neanche più coperta dall’alibi della mimesi psicologica con il carattere, come suggerisce Stanislavskij, ma tuttavia scevra dell’istrionismo isterico che opprimerebbe ogni autenticità. Povero il teatro ed in bilico l’equilibrio dell’espressione artistica, così condivisa tra spontaneità del proprio essere e accorta disciplina del proprio lavoro di attore.  Il luogo della responsabilità, non della azione scenica, ma del proprio sentire, deve essere un atto d'amore verso se stessi quanto verso il pubblico, senza il quale il lavoro dell'attore non avrebbe un senso. E tuttavia è proprio questo sentire che può ammutolirsi, restare infagottato nella ripetizione e non più capace di suggerire.
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“Grotowski mi disse che quando Stanislavskij aveva analizzato questo pericolo, si era accorto che quando un attore conosce bene la sua partitura di azioni fisiche, per impedire di decadere, col passare del tempo deve frazionare la stessa in azioni più piccole facendola divenire più complessa. L'attore non deve cambiare la sua linea di azioni, piuttosto deve scoprire all'interno della stessa gli elementi più piccoli, cosicchè la linea di azione originale diventi più dettagliata. Eravamo di fronte alla nostra comune umana debolezza: la discesa dovuta alla pigrizia interiore. Per padroneggiare un qualunque mestiere si deve sviluppare la capacità di superare e sfondare questa pigrizia interiore. Grotowski mi disse che quando Stanislavskij aveva analizzato questo pericolo, si era accorto che quando un attore conosce bene la sua partitura di azioni fisiche, per impedire di decadere, col passare del tempo deve frazionare la stessa in azioni più piccole facendola divenire più complessa. L'attore non deve cambiare la sua linea di azioni, piuttosto deve scoprire all'interno della stessa gli elementi più piccoli, cosicchè la linea di azione originale diventi più dettagliata " (Thomas Richards).
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Commento più che pertinente nelle parole di Thomas Richards al modo di lavorare del regista polacco. L’atto di recitazione, che avvenga nella minuziosa analisi del gesto, con la dolorosa coscienza del processo di “restituzione” al pubblico di quel “personaggio” che ti ha dato la possibilità “altra” da te di essere te stesso o nello speciale stato di trance creativa che Grotowsky sottolinea, comunque è sfida di un limite e contemporanea coscienza della sua esistenza. E’ qui che il “come se” del teatro Grotowskiano significa in modo fondamentale il lavoro del processo drammaterapico. La coscienza di maschere obbligate, responsabilmente reindossate o sostituite, che si offrono a disvelamenti nello spazio significativo con l’altro.
    Il laboratorio è aperto agli allievi dei corsi, ma anche al pubblico interessato.
Roma 28 Marzo, Ansia & Panico: Cinematerapia e Dra...

Roma 28 Marzo, Ansia & Panico: Cinematerapia e Drammaterapia vengono in soccorso! Conduce E. Gioacchini

Cinema-drama-terapia e Drammaterapia, nuovi strumenti, meno penalizzanti, per recuperare il proprio benessere o, in altri casi, sviluppare il proprio potenziale!

    L’ansia ed il panico possono essere risolti ed il teatro ed il cinema possono aiutare nei disturbi d'ansia e nella depressione. L’ansia e la depressione non debbono essere mai sottovalutate, ma chi è ansioso o particolarmente preoccupato in un momento della propria vita, manifestando disagio nella relazione con l’altro o nelle proprie attività, tuttavia, non deve necessariamente affrontare sempre un percorso di terapia o sottoporsi a innumerevoli sedute. D’altra parte si moltiplicano le indagini che dimostrano come il disagio dell’individuo comune sia statisticamente cresciuto negli ultimi due decenni, parallelamente alle richieste prestazionali che gli sono imposte da stili di vita particolarmente stressanti, con elevati livelli di insicurezza sociale, valoriale e personale.
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Ed ecco allora nuovi strumenti, indirettamente terapeutici, per recuperare il proprio benessere o, in altri casi, sviluppare il proprio potenziale! Il teatro ed il cinema possono aiutare nei disturbi d'ansia e lo dimostrano oramai numerose tecniche terapeutiche come lo psicodramma, la drammaterapia, la cinematerapia ed in generale tutto l’ampio capitolo delle arti terapie
    Il buonumore, l’ottimismo e persino l’umorismo hanno acquisito dignità di fattore terapeutico, quando sottendono un’implicita ristrutturazione del nostro mondo interno, facendoci sorridere, però intelligentemente, delle nostre difficoltà. Se ci pensiamo bene, altrimenti non si potrebbe comprendere il perché eventi del passato, vissuti più o meno “drammaticamente”, a distanza di qualche anno fanno sorridere noi ed i nostri amici, nonostante in apparenza noi siamo sempre gli stessi!
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    Per risolvere i nostri problemi dobbiamo necessariamente essere al centro del nostro personale "dramma", la difficoltà, l'incognita del momento e per questo ci sono già i problemi di ogni giorno ad insegnarcelo! Ma è il "come" starci e "vedere" le cose a fare la differenza. Tutte queste informazioni, però, molto spesso si possono avere solo sdraiati su di un lettino o costituiscono un codice, più o meno riservato, tra gli addetti ai lavori. Persino il web, con tutti i suoi indubbi vantaggi, contribuisce molto spesso a confondere le idee, giacchè non sono importanti soltanto i dati o le opinioni delle singole scuole, ma il mondo in cui veniamo istruiti a processarli nel nostro pensiero.
    Il seminario, offerto dalla SIISCA (soc. It. Ipnosi Sperim. Cli & Applicata) e dall'Atelier di Drammaterapia “Liberamente”, affronterà proprio questo tema, divulgando informazioni utili alla conoscenza degli autostrumenti per guarire dall’ansia e dalle paure. Il conduttore, psichiatra, formatore, psicoterapeuta e direttore dell’Atelier, condurrà i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente, realizzando un vero e proprio laboratori esperenziale estemporaneo. L'evento, a carattere divulgativo e teorico-esperenziale, è indirizzato a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici, psicologi, professionisti ed a pubblico non professionale in cerca di soluzioni alla risoluzione creativa delle proprie inibizioni.