Psicologia/Arte

arte e processi creativi

("Il Disagio della Civiltà" di E. Gioacchini, opera in Tufo, 1985)

La traccia dell'indagine tra processi creativi ed espressione artistica parte dalla considerazione che nelle culture esistono prodotti linguistici, iconografici, rituali, memorie mitiche che assolvono a proprie funzioni organizzative esplorabili in senso antropologico e sociologico, che possono condividere e coinvolgere l'esperienza umana nei suoi molteplici e complessi aspetti, sia fisiologici che patologici.
L'artista attraverso la propria opera, svela relazioni nascoste che superano i rapporti sensibili con la realtà ed anche il gioco mondano delle apparenze. Il quid, sempre specifico, che costituisce il suo genio, si mescola con una particolare forma di comunicazione che intendiamo come "rivelazione". Questa funzione, in alcuni casi, giunge ad essere profetica, anticipa il tempo che verrà, ma tuttavia è sempre strettamente collegata al reale, sul quale getta il ponte di nuove  visioni.
Il senso di ogni opera d'arte e, dentro di quella di qualunque atto che sia creativo, è inscritto nella dialettica invisibile con chi ne è spettatore. Ogni espressione artistica è figlia del suo tempo, erede del passato e profetica di quello dopo, mentre "discute" con i suoi contemporanei, li contraddice o li serve, condanna od esalta a seconda dei casi. In questo risiede la sua funzione "sciamanica". Questo dialogo a volte è conflittuale, in alcuni momenti si esprime attraverso il tormento dell' ispirazone dell'artista, nel dolore della ricerca, sul filo sottile tra genio e follia del medesimo, ma fondamentalmente appartiene ad ogni atto creativo. Anzi c'è Arte perché io posso riprodurla in me ed è prerogativa del suo invisibile rapporto  con il collettivo il fatto che in questa operazione essa non si reifichi, diventando solo oggetto estetico. Il campo simbolico è, infatti, il luogo dove l'artista ed il suo atto creativo si incontrano con lo spettatore, perché la creatività, come si è già detto, è trasversalmente di tutti, geni, esecutori e passanti distratti.
     

l'Arte e la psicologia del profondo

(Nella foto: Lo spirituale nell’Arte " Uber das Geistige in der Kunst" rappresenta il manifesto dell’Astrattismo. Kandinsky lo scrisse nel 1910 e a differenza di molti trattati di estetica è un compendio della relazione tra arte e spiritualità) 

Dall’Arte come elemento divinatorio e religioso dell’Artista-Vate, dunque ispirato, che trascende l’esperienza del singolo, propria di una visione antica dell’espressione artistica, si è giunti solo nel primo novecento a concepirla come attività che scaturisce da motivazioni umane quindi indagabile con lo strumento della psicologia. Freud, dedicandosi allo studio di alcune importante produzioni artistiche, dava dell’arte una spiegazione psicoanalitica che rimanda alla sua visione pansessualista dei conflitti umani. L’Arte possiede comunque per Freud una sua funzione sublimatrice delle passioni umane –espressione della libido- e, quindi, terapeutica nei confronto dei conflitti, anche se quest’ultimi, per l’autore vengono visti univocamente a sfondo sessuale. Con Otto Rank, invece, allievo di Freud, è la condizione umana, legata alla angoscia di morte e all’originario trauma della nascita, ad essere analizzata per comprendere appieno quello che avviene nel processo creativo. Secondo Rank, l’artista, come il “nevrotico”, reagisce alle convenzioni sociale, intuendone la capacità mistificante e, dunque, limitante sulla propria natura ed esigenze; ma se il nevrotico resta impigliato nella rete del suo conflitto, all’artista è data invece la possibilità di un processo creativo con il quale esprimersi in modo innovativo, persino con la promessa della “immortalità” attraverso le proprie opere. Questo autore è anche il primo ad affermare come nella terapia sia necessario stimolare la creatività del paziente, perché proprio questa è la strada maestra per liberarsi dalla nevrosi.
Ma che il tema della morte e dell’arte siano da sempre andati a braccetto, incrociandosi sugli stemmi gloriosi dei re o nelle loro costruzioni funerarie non desta meraviglia. Antiche civiltà ed attuali consuetudini ce ne ridanno costante memoria e conferma. Rito. Mito, Arte, Cultura, termini che si compenetrano come elementi alchemici di una mente sempre in affannosa costruzione contro il timore della disgregazione. Nichte affermava che “L’Arte ci è stata data per non morire di Verità” e la funzione “riparatrice” dal dolore che l’arte possiede in ogni cultura (A. Carotenuto) è un concetto certamente non nuovo. Un grande studioso della psicologia junghiana ed insieme filosofo, Hillman, è stato da sempre un sostenitore del ruolo che hanno sia l’intuizione personale ed insieme il processo artistico nel fare terapeutico. Egli afferma testualmente: ”Se alla bellezza non è dato posto pieno nel nostro lavoro con psiche, allora la realizzazione essenziale dell'anima non può verificarsi. E, una psicologia che non parte dall’Estetica -perchè il racconto di Psiche prende forma dalla Bellezza e perchè Aphrodite è la psiche tou kosmou o l'anima di tutte le cose- non può sostenere di essere effettivamente psicologica, dato che omette questo tratto essenziale della natura dell'anima… (…) Inoltre, se noi recuperassimo l'anima persa, che è dopo tutto lo scopo principale di tutte le psicologie di profondità, di più recupereremmo nostre reazioni estetiche perse, il nostro senso di bellezza ...”.
Hume affermava che la bellezza risiede nell'occhio dell'osservatore, dunque, se costui possiede una maggiore educazione e più mezzi economici ha maggiori requisti per divenire “arbitro del gusto”. Ma, ci ricorda ancora Hillman, malgrado questo modo cartesiano di vedere alle esperienze umane, oggettive e soggettive, il fatto è che, nonostante ci siano strutture e i livelli per tutte le cose che creano la bellezza, noi tutti abbiamo un senso immediato di attrazione verso il bello.  

   

la psicologia dell'Artista

(Nella foto: Malinconia di Durer) 

"Nella sapienza antica in cui microcosmo e macrocosmo si specchiano nelle corrispondenze tra psicologia e astrologia, tra umori, temperamenti, pianeti, costellazioni, lo statuto di Mercurio è indefinito e oscillante.

Ma secondo l’opinione più diffusa, il temperamento influenzato da Mercurio, portato agli scambi e ai commerci e alla destrezza, si contrappone al temperamento influenzato da Saturno, melanconico, contemplativo, solitario. Dall’antichità si ritiene che il temperamento saturnino sia proprio degli artisti, dei poeti, dei cogitatori, e mi pare che questa caratterizzazione risponda al vero.
Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute". (Italo Calvino da Lezioni Americane)
 

Soffermiamoci un momento su questa idea della Bellezza e dell’Arte e proviamo ad analizzare l’esperienza di due grandi “creatori”, due pittori che si costituiscono in qualche modo agli opposti di una significazione del fare arte nel ventesimo secolo: Dalì e Picasso. Ambedue lasciano emergere un imperioso genio che si dispiega in forme d’avanguardia che però rimandano ad una differente psicologia; entrambi, tuttavia, esortano con la loro produzione a spingere avanti le frontiere di una incognita, a superare il senso di morte che ha in sé ogni cultura, dal quale se ne difende con le sue forme e organizzazioni.
Dalì intendeva la pittura come una “teoria del dipingere” che studiava la psiche attraverso l’emergere di immagini subconscie, arrivando a chiamare questo stesso processo come “Metodo Critico Paranoico”. Alla stessa stregua di qualsiasi paranoico, l'artista dunque dovrebbe permettere a queste immagini di raggiungere la coscienza e quindi fare quello che invece il pazzo non può fare: congelarle sulla tela per dare alla coscienza l'opportunità successiva per comprenderne il significato. In seguito, egli sviluppò questo processo nel Metodo Critico Onirico; in questo viene colto un l'artista che presta l'attenzione ai propri sogni, formalizzandoli attraverso l'arte e offrendoli ad una futura analisi. Come Freud diceva, "un sogno che non è interpretato somiglia a una lettera che non è aperta".
Picasso ha avvicinato l’espressione artistica in modo quasi opposto. Egli ha ereditato il gusto per il brutto, per lo scandalo ed caos dal movimento Dada e dai surrealisti. Egli, ad un certo punto, ha rifiutato l'arte “estetica”, per diventare più "primitivo", affermando che l’arte risiede nella ingenuità dell’infanzia. Meno l’artista sarebbe preoccupato della propria arte, più questa avrebbe garanzie di essere migliore. Di contro, per Dalì, la creatività propria dell’infanzia costituisce la possibilità di tenere la mente aperta, di conservare per tutta la vita la curiosità e l’emozione del bambino in un soggetto che non dipinge come un bambino. Comunque si svolga questa delicata e sempre personale equazione tra “follia” ed “Arte” nell’artista, è comunque potente il rimando al tentativo ivi insito di superare ostacoli non visibili, poco materici, ma che la materia permette di armonizzare e conciliare, coì giungendo a placare il conflitto del soggetto. Proprio queste ragioni profonde del processo artistico sono del resto quelle che rendono l’artista in qualche modo “vulnerabile” all’incontro con il reale; ad esempio, configurando a volte situazioni drammatiche, quando la sua arte è incompresa e priva di spazi espressivi,  dialettici e formali, adeguati.    

approfondimenti...

Follia dell'Arte & Arte della Follia

Follia dell'Arte & Arte della Follia

Riflessioni su teatro, cinema e follia
di A. Carotenuto

Sembra che nel teatro, o nel cinema, prevalga una dimensione su tutte: la simulazione. Il produrre, cioè, forme verosimili o possibili, darvi corpo fino a renderle reali in un contesto ben circoscritto. E' importante il contesto, così come è importante l'aspettativa che esso stesso provoca negli individui, nella definizione della verosimiglianze. Perché ciò che appare possibile, accettabile, giustificabile su un palcoscenico, diventa inaccettabile e folle nella vita reale, tra le aspettative di ogni giorno. Una medesima simulazione, cioè, può essere annoverata come arte o venire bollata come follia in base alla discriminante della pertinenza al contesto.
La follia, di per sé, è qualcosa che esce dalle aspettative ordinari,e che non segue i canoni della desiderabilità sociale, ma perturba e sorprende. Inserendo anche, perché no, dei nuovi punti di vista in un sistema ormai rigido, ma proprio per questo, più vulnerabile e chiuso.

La follia è, se vogliamo, una visione del mondo, che nel mondo non trova conferme. E ' un sentire tutto individuale, che associa immagini e spiegazioni, eventi e cause in un modo del tutto singolare, all'interno del quale è la significatività soggettiva ad avere la meglio sulle possibilità e opportunità reali. Follia è credere nel mondo così come lo si interpreta individualmente, credere in un proprio mondo nel quale le cose si associano secondo un ordine simbolico di significato tutto arbitrario e intessuto di elementi e odori dell'inconscio, dei sapori del desiderio, della consistenza delle paure più profonde e arcaiche.
Follia è non piegarsi e non accettare le consuete norme interpretative. Follia è non ricreare il mondo, ma crearlo. Come fosse per la prima volta.
Arte e teatro, poesia e scrittura, cinema e musica, sono modalità intermedie attraverso le quali il mondo viene ricreato, ma con una finalità, con una motivazione, con un "alibi", che allontani lo spettro dell'incoerenza. Assistere ad un monologo in teatro è cosa altra dall'assecondare il soliloquio di uno psicotico. Ma è cosa altra solo nella misura in cui è il fondale ad essere differente, è lo sguardo dell'altro a conferivi un significato dissimile a seconda della propria aspettativa. E ogni aspettativa si fonda su una serie di esperienze pregresse, che fanno si che un palcoscenico sia il luogo più appropriato per fingere di essere re.
Vi è poi, l'altro aspetto, quello della convinzione: l'attore sa di non essere re. E lo psicotico, nel suo delirio, fino a che punto non ne è consapevole? E l'attore, che 'entra' nel personaggio, fino a quali profondità di identificazione vive il suo ruolo?
Ma guardiamo la questione ancora più dall'alto. Non potrebbero essere il teatro, o il cinema, o l'arte essi stessi "una follia", in quanto portatori di visioni univoche e totalmente soggettive della realtà? In quanto monadi che si allontanano dal quotidiano, dalle esperienze reali e, pur nutrendosi di esse, cominciano a vivere e a gravitare in un'orbita tutta loro?
Non sottovalutarei la constatazione che molti artisti hanno tentato, e attuato, un connubio così forte tra arte e vita, da sovrapporre le due dimensioni. E vivere la vita secondo la prospettiva dell'arte è operazione di per sé arbitraria, parziale, in qualche modo "folle". E', cioè, un sostituire una parte con il tutto, fondendo persona a personaggio, ruolo ed esperienza, copione ed esistenza. Senza contare poi che recitare è dare ai mille personaggi che albergano in ognuno di noi, e dargli una consistenza totalizzante un pò a turno, proprio come fanno gli schizofrenici. E' ancora un sostituire, a tratti, la parte con il tutto, il credere fermamente di essere qualcosa, tralasciando tutto il resto: chi si è stati e chi potrebbe diventare. E' vivere il presente allontanandosi dalle altre dimensioni temporali, in una dinamica, ancora, delirante.
Ed è per questo che “arte” e “follia” sono elementi molto vicini tra loro. Vicini non soltanto perché, come Freud aveva evidenziato, i meccanismi sottesi ad alcune forme nevrotiche potessero considerarsi equivalenti a quelli che generano le manifestazioni più eclatanti di talento creativo, ma anche e soprattutto perché spesso si accompagnano nella loro urgenza espressiva. Non a caso Jung ha sottolineato il carattere simbolico e terapeutico di ogni manifestazione creativa dell’animo umano.
Tanto più che molte delle più grandi menti della storia sembra abbiano sofferto di una qualche patologia: Rilke di schizofrenia, Van Gogh di presunta sindrome maniaco-depressiva, Kafka di nevrosi ossessiva, Schopenhauer di manie di persecuzione, Beethoven di nevrosi depressiva, Rimbaud di allucinazioni.
La creatività umana affonda le sue radici nel territorio dell’inconscio, anzi attraverso le sue forme simboliche riscatta la sua autonomia e la sua forza. E’ in questa ottica che Neumann poteva affermare che l’artista si pone tra il nevrotico e il sognatore; perché la qualità e l’intensità dell’abbandono del razionale in favore della fantasia mutano di tono.
Ma, attenzione: con l’artista siamo su un continuum esistenziale che ci conduce fino alla psicopatologia nevrotica. Quando l’inconscio prende il sopravvento, infatti, esso può manifestarsi attraverso varie modalità esplicative: può convertirsi in sintomi che inficiano il normale comportamento quotidiano relazionale, creando dei collegamenti arbitrari e delle associazioni libere tra psichico e fisico, e ci troviamo nel regno della nevrosi, ma può anche manifestarsi attraverso immagini e vissuti, e siamo nel campo della creatività. Jung, ma ancor più approfonditamente Rank, sostenevano che proprio la creazione artistica nascesse dalle zone psicologiche complessuali, che le sue specifiche immagini non fossero altro che simboli derivanti da costellazioni inconsce attraverso cui gli affetti si sarebbero collegati tra loro su un livello inconscio individuale e collettivo.
Questa costellazione inconscia, tuttavia, che deriva da un conflitto individuale specifico, va ad innestarsi in un terreno inconscio collettivo. Da questo sostrato comune, che Jung ha postulato essere un patrimonio condiviso dell’umanità intera, emergono le immagini archetipiche delle quali l’arte si nutre. L’espressione creativa, dunque, può essere considerata come una modalità terapeutica attraverso la quale le zone complessuali trovano espressione, mantenendo gran parte del loro linguaggio inconscio. E’ l’anima tormentata dell’uomo, dunque, che si esprime attraverso la creatività e, attraverso essa, riesce a gestirsi e monitorarsi.
In altri termini, l’arte diviene un ausilio per ripristinare quotidianamente un proprio equilibrio psicologico. E’ per questo che accanto alle loro opere troviamo, nelle biografie dei più grandi uomini della storia, un sottosuolo di quella freudiana “psicopatologia della vita quotidiana” che emerge inevitabilmente, quale misteriosa testimone di tutto il loro travaglio interiore.
Van Gogh scriveva ripetutamente al fratello Theo, compagno epistolare della sua follia e della sua lucidità, che l’arte era l’unica risorsa che gli consentisse di sopportare la sua travagliosa esistenza. E la follia, le mutilazioni, il suicidio sono testimonianze forti della sua volontà di vivere, così come lo è la sua arte fatta di colori puri, luminosi, vigorosi.
La potenza tumultuosa del genio si manifesta attraverso le sue opere come attraverso la sua follia.
Essere creativi è, in sostanza, un modo di osservare la realtà, di guardare ad essa, di analizzarla e ridefinirla. Ma non soltanto, nel ricreare si introduce una nuova variabile: la propria interiorità. In questo frangente interpretativo l’artista strizza l’occhio al nevrotico: introduce i propri parametri inconsci nella valutazione e nella gestione del reale. E lo psicotico, ancor più, è molto vicino a quanti nell’impeto del proprio ‘daimon’ interiore che preme per esprimersi, varcano la soglia tra la propria fantasia e il reale, reputando la prima più vera del secondo.
Attingono, in sostanza, a quanto c'è d più arcaico del nostro essere. Il sentire immediato e impetuoso, le immagini dell'inconscio, il mondo dei sensi. Un linguaggio, cioè, che non si nutre soltanto di razionalità, ma anche di sensazioni ed impressioni. E questo modo di essere, che strizza l'occhio più a quella che ingenuamente definiamo follia, ci riporta alla mente anche la visione di teatro e poesia "non pervertita" che proclamava Artaud. Che auspicava per il teatro un ritorno - o meglio, una riscoperta - del potere dei sensi, alla fascinazione del magico e dell'irrazionale, all'immediatezza e all'efficacia comunicativa delle immagini, della completezza della scena. La riscoperta, cioè, di un linguaggio "materiale e solido", fatto di tutto ciò che possa materialmente esprimersi e presentarsi sulla scena, colpendo i sensi.
E il linguaggio dei sensi, dei simboli (tanto cari ad Artaud nella sua ammirazione del teatro balinese) sono propri dell'inconscio, degli strati più arcaici della psiche. Quelli della follia. Ma anche dell'arte e del teatro.
Chiuderei, alla luce di questa constatazione, con una provocazione di Artaud, ma nella quale credo possa rintracciarsi tutto il nesso tra teatro, arte e follia.
 
"E' bene che talune nostre eccessive comodità scompaiano, che certe forme siano dimenticate: allora la cultura fuori dalla spazio e dal tempo, racchiusa nella nostra capacità emotiva riapparirà con accresciuto vigore.
E' dunque giusto che ogni tanto avvengano cataclismi per incitarci a ritornare alla natura, o, in altre parole, a ritrovare la vita" (Artaud, 1964, 130).
 
(Relazione tenuta dal prof. A. Carotenuto nel Modulo Cinema Teatro & Follia  del Convegno Follia dell'Arte & Arte della Follia,  Hypnodrama.it - SIPs, Roma, Palazzo Barberini, il 5-6 dicembre 2003, ultimo contributo del Maestro alla nostra associazione)